La salvezza concreta di Dio: fede che trasforma la vita e la storia

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Nella fede ebraica il concetto di salvezza è una realtà molto concreta. Le parole del profeta Isaia potrebbero fuorviare i nostri pensieri perché andrebbero ad alimentare una nostra concezione di salvezza appunto eterea, astratta, spirituale, perché le parole usate da Isaia sono parole iperboliche, sono parole che parlano attraverso delle immagini: sarete allattati, vi sazierete al seno delle sue consolazioni, succhierete, vi delinzierete al petto della sua gloria.

Sta parlando di Yahweh: il popolo si sazierà di Yahweh, che farà scorrere verso di essa la pace come un fiume, la gloria come un torrente in piena, sarete consolati come un figlio è consolato dalla propria madre. Sono immagini poetiche, molto evocative, ma che per le orecchie del popolo ebraico non rimandavano ad una realtà astratta, ma rimandavano ad una storia di salvezza concreta.

Infatti il Salmo responsoriale con il quale abbiamo risposto alla prima lettura, come tutti i salmi salvifici, cioè che raccontano la storia della salvezza, dicono delle tremende opere, terribili opere di Yahweh, ma concrete nel suo agire con gli uomini: cambiò il mare in terraferma, passarono a piedi il fiume. Sono i due episodi – uno si riferisce al Mar Rosso, l’altro al fiume Giordano – e così via.

Questo è solo un pezzetto del Salmo, ma questo come tanti altri fanno l’elenco della storia della salvezza: da Abramo, Mosè, la terra santa, nemici sconfitti. Quindi gli ebrei conoscevano gli interventi di Yahweh molto concretamente, e quando rievocavano queste parole del profeta Isaia – sarete allattati, vi sazierete delle sue consolazioni – la loro mente andava a questi episodi in cui Yahweh è intervenuto in maniera concreta nella storia della salvezza.

Il Mar Rosso si è concretamente diviso, il Giordano si è concretamente fermato per far passare il popolo, per farlo andare nella terra promessa, eccetera eccetera.

E così è anche concreta la potenza che Gesù trasmette ai 72: gli ho dato il potere di camminare sopra il serpente e scorpioni, soprattutto la potenza del nemico. E loro, questi 72 discepoli, lo sperimentano, perché con le loro parole, i loro gesti guariscono i malati, scacciano i demoni, preparando così il passaggio del Maestro che avrebbe attraversato quei paesi e quei luoghi.

Forse noi dobbiamo recuperare questo aspetto della salvezza concreta, perché noi l’abbiamo molto spiritualizzata. Prima parlavamo dello spirito, invece noi l’abbiamo spiritualizzata, l’abbiamo resa una realtà intoccabile, eterea, parlando certo del perdono dei peccati, della salvezza eterna, del paradiso, ma l’abbiamo fatta diventare qualcosa che non viene sperimentata ora, verrà sperimentata dopo, in una maniera appunto astratta.

E invece la salvezza che Gesù annuncia è una salvezza che affonda le radici in un cammino di fede come gli ebrei hanno sperimentato, cioè concreto, concreto, le opere di Dio sono concrete. E allora perché la salvezza annunciata da noi senza apprendere questo aspetto di concretezza?

Io penso che due siano le realtà in gioco che riguardano un aspetto però unico, cioè la fede. Ai discepoli che annunciano il regno di Dio, Gesù chiede di credere a questa saggezza, di credere a ciò che annuncia.

Quindi l’autorevolezza e la credibilità dell’annuncio dipende dall’autorevolezza e dalla fede di chi annuncia. Quindi i discepoli credono a questo: vedevamo satana cadere dal cielo perché i demoni si sottomettono a noi. Sono entusiasti di questo, ci credono, ci credono nel guarire i malati.

Quindi la fede di chi annuncia e dall’altra parte anche la fede di chi riceve l’annuncio, perché questo annuncio pur essendo potente è comunque affidato all’accoglienza o al rifiuto di chi lo riceve: se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà a voi. Se vi accolgono, mangiate di quello che vi danno, ma se non vi accolgono, scuotete la polvere di quella città dai vostri piedi, però comunque dite che il regno è vicino.

Ecco, quindi penso che siamo un po’ messi anche noi davanti a questa sfida: la sfida della fede.

Prima domanda: crediamo che la salvezza portata da Gesù sia una salvezza concreta, perché trasforma la nostra esistenza?

E secondo: siamo disposti ad accogliere questa potenza nella nostra vita e diventarne annunciatori?

Questa è la sfida/domanda che tutte le generazioni dei credenti, della comunità, della Chiesa hanno ricevuto e continueranno a ricevere, perché appunto l’annuncio non venga spiritualizzato, ma venga annunciato nella potenza dello Spirito, che è sempre una realtà concreta.

Commento al Vangelo di Luca 10,1-12.17-20 di fra Mauro Ruzzolini (letture: Is 66,10-14c, Gal 6,14-18.)

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