Nel video dell’incontro di catechesi tenuta presso la ChiesaS.M. Ausiliatrice a Cassino de’ Pecchi, il 23 maggio 2023, Don Luigi Maria Epicoco esplora il significato profondo dell’essere Chiesa, andando oltre la mera struttura fisica per concentrarsi sulla comunità e sulla missione.
Don Luigi identifica il Cenacolo come il modello della parrocchia, un luogo inizialmente di fraternità e preghiera, ma che divenne una prigione per paura, offrendo una critica alle comunità che si chiudono al mondo esterno.
L”incontro poi si sposta sulla trasformazione dei discepoli dopo la Pentecoste, sottolineando come lo Spirito Santo li abbia resi comprensibili (parlando una lingua che tutti capiscono), capaci di toccare il cuore delle persone (portando alla conversione), e infine, come il loro annuncio sia diventato liberante e capace di spingere gli ascoltatori a prendere decisioni concrete. L’intervento conclude esortando la comunità a vivere la fede con fiducia, fortezza e carità (come Maria), evitando di essere una chiesa chiusa e abitudinaria.
Trascrizione dell’incontro (non rivista)
…che l’essere Chiesa non è mai semplicemente una questione di pietre o di pareti [i], è sempre qualcosa di molto più profondo, di molto più decisivo [i]. Ma anche i luoghi fisici fanno la differenza [i]. Quando Gesù viene al mondo, santifica anche le cose più concrete [i]. Anche Lui ha attraversato delle strade, ha parlato in piazze, aveva dei luoghi che erano dei luoghi del cuore [i]. E tutto quello che Lui ha vissuto e ha toccato con le proprie mani, con i propri piedi, con il proprio corpo, è stato talmente tanto importante che noi oggi, quando parliamo di quella terra toccata da Gesù, la chiamiamo Terra Santa [i]. È santa perché il Figlio di Dio ha voluto abitare quella terra, ha voluto scegliere quelle pietre, quei paesaggi, quei luoghi che sono diventati i luoghi dove Lui ha annunciato il Vangelo [i]. Ma se dovessimo trovare un luogo in particolare, un luogo che assomiglia alla parrocchia, che assomiglia alla Chiesa così come noi la conosciamo, un luogo che assomiglia ai nostri oratori, dovremmo dire che forse questo luogo è il Cenacolo [i].
Il Cenacolo è quel luogo dove i suoi discepoli si riunivano [i], si riunivano per vivere le cose forse più decisive anche della loro vita [i]: innanzitutto, la fraternità, lo stare insieme [i]. È il luogo dove stanno insieme, è il luogo dove mangiano insieme [i]. Non a caso, l’Eucaristia viene fatta proprio nel Cenacolo, non nel tempio [i]. Diventa sacro quel luogo dove si è celebrata la fraternità, dove loro sono riuniti [i]. Quella casa diventa la vera Chiesa [i]. E poi è il luogo anche della preghiera [i]. E lo sappiamo per certo, perché quando andiamo a sfogliare gli Atti degli Apostoli, troviamo la comunità, la prima comunità intenta a pregare proprio nel Cenacolo, assieme a Maria, la madre di Gesù [i]. Quindi, se c’è un luogo che assomiglia a una parrocchia, questo è certamente il Cenacolo [i]. E fino adesso abbiamo detto solo cose belle [i]: il Cenacolo è un luogo benedetto, davvero un luogo santo [i]. Eppure, a un certo punto della storia, il Cenacolo diventa una prigione [i], perché è il luogo dove si rinchiudono i discepoli e si rinchiudono per paura di essere ammazzati, per paura di morire [i].
È interessante che quel luogo che era il luogo della fraternità, il luogo dell’Eucaristia, il luogo della preghiera, a un certo punto diventa un luogo chiuso [i], un luogo dove non si esce più [i], un luogo dove si chiudono le porte e le finestre [i], e dove si sta insieme non più perché si ama Gesù, ma perché si ha paura [i]. Si ha paura del mondo che c’è fuori, della minaccia del mondo che c’è fuori [i]. Capite che questa immagine diventa un grande esame di coscienza per ciascuno di noi [i]. Le nostre chiese, i nostri oratori, le nostre comunità sono luoghi benedetti [i], ma possiamo stare dentro una chiesa e dentro una comunità per motivi sbagliati [i]. Possiamo trovarci in una chiesa perché siamo tenuti insieme dalla paura, dalla paura della vita che c’è fuori, dal mondo che se ne va in rovina [i]. Allora noi ci rinchiudiamo, ci stringiamo tutti insieme, ma perché in fondo abbiamo paura di quello che c’è fuori [i]. Diventiamo una comunità, ma è una comunità ghetto [i], una comunità dove le porte e le finestre sono chiuse, sbarrate [i]. Il nostro rapporto con il mondo fuori è solo polemico [i]. Abbiamo solo da maledire, cioè da dire le cose brutte che ci sono nel mondo [i]. Stiamo insieme, ma non c’è più nessuna benedizione per il mondo che c’è fuori [i]. È paradossale, ma vedete: anche noi come Chiesa possiamo vivere questa chiusura [i]. Possiamo continuare a organizzare i nostri oratori, fare il nostro catechismo, le nostre liturgie, ma in fondo siamo diventati una comunità chiusa [i]. Corriamo il rischio di vivere una chiusura concreta pur continuando a celebrare i misteri di Gesù, ad ascoltare la parola del Vangelo [i]. E questo ci scolla dal mondo [i]: cioè, noi ci stiamo, siamo nel mondo, ma non siamo più un lievito, non siamo più luce, non siamo più sale [i]. Facciamo le cose tra noi [i]. Ci accontentiamo di riempire, sì, le nostre chiese, ma tutte quelle centinaia di persone che questa sera non sono qui presenti dentro questa chiesa, dove sono? [i] Sentiamo il desiderio di raggiungere anche chi è lontano, chi non frequenta le nostre comunità? [i]
Vedete, quando noi parliamo della missione, tante volte noi confondiamo la missione semplicemente come una questione geografica [i]. Ci sono dei luoghi che sono dei luoghi di missione, ma la missione è la natura stessa del nostro essere credenti, del nostro essere Chiesa [i]. Se davvero funziona la fede nella vita di ciascuno di noi, noi stessi diventiamo questa missione [i]. E cioè, non viviamo più una fede ripiegati in noi stessi, una fede indifensiva, una fede che è solo polemica nei confronti del mondo che c’è fuori [i], ma è una chiesa che riesce di nuovo ad essere significativa e a comportarsi in maniera diversa [i].
Ora, in questo mio breve intervento, vorrei questa sera come tracciare una strada e mettere così uno accanto all’altro le due modalità con cui sono stati Chiesa i discepoli di Gesù [i]: prima e dopo i fatti della Passione, Morte, Risurrezione, e soprattutto dopo il grande fatto, il grande evento della Pentecoste [i].
Inizialmente, quando i discepoli cominciano a seguire Gesù, lo seguono perché la parola di Gesù è una parola affascinante [i]. Quando ci viene raccontato ad esempio il primo incontro che Gesù ha con Pietro, vi ricordate? [i] È una notte dove non hanno pescato nulla [i], e questo sconosciuto dice a Pietro di prendere di nuovo il largo [i], ma ormai è mattina [i]. Loro sono dei pescatori esperti, ma si fidano della parola di quest’uomo [i]. Vanno, prendono il largo, gettano le reti [i]. Le reti sono piene di pesci [i]. Pietro rimane sconvolto da quello che vede [i]. Cade in ginocchio: “Allontanati da me che sono un peccatore” [i]. E Gesù gli dice: “Non avere paura, d’ora in poi tu sarai pescatore di uomini” [i]. E dice il Vangelo: “Lasciate le reti”, lo seguirono [i]. Quindi, perché seguono Gesù? Perché capiscono che Gesù è portatore di una differenza [i]. È la differenza della parola che pronuncia, delle cose che fa [i]. Se dovessimo usare un paragone, dovremmo dire che prima di Gesù la vita di Pietro è vuota [i]. Dopo che incontra Cristo, la sua vita comincia a diventare sovrabbondante, piena [i]. Il suo cuore è una rete vuota, ma dopo l’incontro con Cristo è una rete piena [i].
E insieme a Lui, tutti gli altri compagni cominciano a seguire questo maestro [i]. E immaginate come sono fomentati [i], quando, man mano che Gesù annuncia la sua parola, le folle cominciano a seguirlo [i]. Tant’è vero che il Vangelo ci dice che arriva un momento in cui Gesù non può più entrare in un paese, non può più entrare in una casa, perché le folle sono talmente tanto numerose che è impossibile per Lui entrare in un luogo chiuso [i]. E i discepoli sono fomentati dalle grandi masse, dai grandi numeri [i]. E vi assicuro che sono fomentati perché fanno a volte discorsi da fomentati, ragionano come degli integralisti [i], perché si sentono forti della parola di questo maestro, dei numeri, dei miracoli, dei grandi segni, della capacità che ha Gesù di chiudere la bocca ai potenti dell’epoca [i].
Succede ad esempio che passano per un villaggio di samaritani e questi samaritani non vogliono accogliere Gesù [i]. Sentite come sono fomentati i discepoli [i]. Giovanni dice a Gesù: “Vuoi che preghiamo che scenda un fuoco dal cielo? Li bruci tutti!” [i] Giovanni, il più contemplativo del gruppo [i]! Capite come stiamo messi? [i] Quindi non dobbiamo meravigliarci se a volte anche dentro le nostre comunità quelli che apparentemente sembrano più spirituali, poi alla fine diventano anche più talebani [i]. Questo è successo a Giovanni [i]. Ma Giovanni poi si è dovuto convertire da questo atteggiamento [i], perché il motivo per cui stanno insieme non è perché noi abbiamo un maestro forte [i]; devono ancora capire il vero motivo per cui stanno insieme [i].
Quante volte hanno mangiato con Gesù? [i] Almeno diverse volte nel Vangelo viene raccontato anche che Gesù ha avuto la capacità di moltiplicare pani e pesci, di sfamare folle numerosissime di persone che l’avevano ascoltato tutto il giorno [i]. L’Eucaristia per loro è preparata da questo grande miracolo che Gesù compie: la moltiplicazione dei pani e dei pesci [i]. E questo discorso che è così duro da capire: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” [i]… ma non lo capiscono [i], non riescono a capire che cosa Gesù voglia davvero dire [i].
E quando nell’Ultima Cena Gesù prende il pane, lo spezza, lo dà ai suoi discepoli [i]; prende il vino, lo versa, lo dà ai suoi discepoli e dice: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” [i]. I discepoli, presi da una sorta di obbedienza riverente nei confronti di quello che fa il maestro, fanno, compiono questo gesto [i], celebrano quell’Eucaristia, ma non capiscono perché, qual è il significato di tutto questo [i].
Avevano visto anche Gesù pregare [i]. Lo sappiamo per certo, perché proprio vedendo Gesù pregare, a un certo punto viene voglia anche a loro di pregare: “Maestro, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha fatto con i suoi discepoli” [i]. È il grande episodio in cui Gesù, per insegnare a pregare i suoi discepoli, insegna loro il Padre Nostro [i], che voi sapete, non è semplicemente una formula [i]: è un modo proprio di stare davanti al Signore [i].
Tre cose che abbiamo appena raccontato [i]: il motivo per cui seguono Gesù (ecco, l’amicizia, la fraternità) [i] è perché percepiscono Gesù come un vincente [i], lo brandiscono come una spada [i]. Si sentono forti di Lui [i]. Tant’è vero che fanno anche dei discorsi integralisti, dicevamo [i]. Sono quelli che celebrano più di tutti gli altri il mistero, il mistero dei sacramenti, il mistero dell’Eucaristia, ma non lo capiscono fino in fondo [i]. Sono quelli che pregano [i]. Gesù stesso mette in bocca a questi discepoli la preghiera, ma non riescono ancora fino in fondo a comprendere qual è la preghiera che Gesù gli ha insegnato [i].
Poi arriva il momento in cui Gesù viene arrestato [i]. E sapete cosa accade? [i] Nel momento in cui Gesù viene arrestato, fuggirono tutti [i]. Cioè, quando Gesù smette di essere il maestro potente, loro smettono di essere discepoli [i]. E devono ricominciare da capo, devono convertirsi [i], devono di nuovo ripensare il motivo per cui stanno insieme [i], devono ripensare i gesti che Gesù ha compiuto [i], devono ripensare come essere ancora credenti dopo aver passato lo scandalo della Croce [i]. Ecco perché vi dicevo che il Cenacolo, dal luogo della fraternità, dell’Eucaristia e della preghiera, diventa invece la prigione [i].
Sono rinchiusi lì e non riescono a venirne fuori [i]. Volete che ve lo attualizzo? [i] Che cosa ne è di noi? Che cosa ne sarà di noi dopo il Covid? [i] Le nostre comunità come ne sono uscite fuori da questa pandemia? [i] Quante cose sono state messe in discussione da questo evento che abbiamo vissuto? [i] Ma voi siete convinti che tutti i ragazzi che vengono in parrocchia vengono in parrocchia per Gesù Cristo? [i] Ma voi siete convinti che il motivo per cui a volte frequentiamo una comunità è per conoscere il Figlio di Dio e il suo Vangelo? [i] A volte sono altri motivi [i]: si gioca bene, c’è un bellissimo campetto di calcio, ci sono delle attività, si organizzano diverse iniziative, si fanno tante cose [i]. Ed è tutto lodevole ed è tutto giusto, va tutto bene, ma è ancora troppo poco per dire di essere Chiesa [i].
Ecco allora a che cosa serve il dono dello Spirito Santo [i]. Perché sapete cosa fa la Pentecoste? Cambia completamente le carte in tavola [i]. La prima cosa che fa è: sfonda porte e finestre [i]. Se le persone sono dentro chiuse per paura, lo Spirito Santo le scaraventa fuori [i]. È un dono [i]. È il dono di venir fuori, di non stare più dentro, e di renderci conto che la forza di una comunità non è intrattenere [i]. E noi possiamo diventare una grande comunità che sa intrattenere le persone [i]. In tanti modi possiamo intrattenere le persone, ma la cosa più importante è essere mandati [i], e arrivare molto più lontano di quello che è il circuito, il recinto delle nostre azioni pastorali e dei luoghi che abitiamo [i].
Ma vedete un po’ che cosa succede [i]. Lo Spirito Santo li scaraventa fuori dalla Chiesa e gli Apostoli cominciano a parlare [i]. E dice il racconto degli Atti degli Apostoli che ognuno li sentiva parlare nella propria lingua [i]. È il dono delle lingue [i]. Cerco di tradurlo in maniera molto semplice [i]. Sapete che cosa ha fatto lo Spirito Santo? Quando parlano gli Apostoli, la gente li capisce [i], capisce quello che stanno dicendo [i].
Ora, è una domanda molto seria [i]: siamo una Chiesa che sa parlare una lingua in cui la gente capisce le cose che noi diciamo? [i] Sappiamo annunciare il Vangelo perché il Vangelo diventi comprensibile nella vita delle persone che incontriamo, innanzitutto nella nostra? [i] Perché il problema del Vangelo non è capirlo in astratto, ma dire: “Che c’entra con me?” [i] Quando me ne andrò via questa sera da questa chiesa, in che maniera questa parola mi ha cambiato l’esistenza o mi ha dato una luce diversa? [i] Capite che come Chiesa noi possiamo continuare a parlare un ecclesialese che non è più comprensibile per le persone [i]. La gente non si sente capita in quello che vive, in quello che fa [i]. Abbiamo bisogno di tradurre di nuovo il Vangelo [i], di tradurlo perché divenga di nuovo comprensibile [i].
Allora capiremo che persino organizzare una partita a calcetto è un alfabeto per dire il Vangelo [i], non semplicemente per giocare a calcetto [i], ma perché può diventare anche quella una modalità per dire il Vangelo [i]. Ma è il Vangelo il motivo per cui stiamo insieme? [i] Allora tutte le nostre attività non sono un modo per intrattenere la gente, ma per parlare al cuore della gente [i], per dire qualcosa che arrivi nella parte più significativa della vita delle persone [i]: avere una parola comprensibile [i], tornare di nuovo a farci capire dagli altri [i].
Ora il problema è questo [i]: quando Gesù parlava, aveva sempre la preoccupazione di farsi capire [i]. Amici, questo è il motivo per cui Gesù cambia immagini a seconda delle persone che c’ha di fronte [i]. Fa esempi con i pesci? E certamente ha di fronte dei pescatori [i]. Fa esempi con la vite e i tralci? Certamente ha di fronte dei contadini [i]. Fa un esempio con le pecore? Sta parlando a dei pastori [i]. Parla di lievito e di sale? Sta parlando a delle donne che sanno impastare il pane, preparare la pasta [i]. Cambia l’immaginario per farsi capire [i]. Ora la domanda è: noi ci facciamo capire? [i] Non solo noi preti, noi… noi Chiesa, ci facciamo capire ancora? [i] Sappiamo raccontare il Vangelo perché diventi comprensibile? [i] Perché la persona che vive lì fuori da questa chiesa senta che quello che stiamo dicendo parla di lui, parla a lui, gli rivolge la parola [i].
Ecco il secondo dono che fa lo Spirito Santo [i]. Allora, il primo è che lo Spirito rende comprensibili i discepoli [i]. Il secondo è che la parola di questi discepoli, soprattutto la parola di Pietro, trafigge i cuori di chi lo ascolta [i]. Anche questo è importante [i]. Guardate: noi possiamo parlare alla testa delle persone, possiamo parlare alla pancia delle persone [i], ma il Vangelo vuole che noi parliamo al cuore delle persone [i]. La testa e la pancia non sono il cuore [i]. Cerco di spiegarlo in questo modo [i]. Quando noi spieghiamo le cose, possiamo mostrare una grande logica e una persona, con la testa, lo ha capito [i]. Ma poi si fa la domanda: “Io ho capito, ma come si vive, però? Ho capito la teoria, ma come si mette in pratica?” [i] Non capita anche a voi di fare questo ragionamento? [i] Dice: “Sì, io nella mia testa tutto il discorso mi è chiaro, la teoria la conosco, ma come si arriva a mettere in pratica quello che tu hai capito?” [i] Certe volte noi ci accontentiamo di continuare ad annunciare un Vangelo che parla alla testa [i], un Vangelo fatto di ragionamenti, un Vangelo intellettuale che però non arriva alla vita concreta delle persone [i].
C’è un Vangelo predicato alla pancia, fatto tutto di emozioni [i]: “Io mi sento di fare questo, mi sento di pregare e se non mi sento, allora non è vero” [i]. Allora la mia preghiera, se non avverto questa emozione… [i] Questo è molto pericoloso, predicare alla pancia, perché non sempre la fede parla quel linguaggio che è il linguaggio delle emozioni [i]. Parlare al cuore, sentirsi il cuore trafitto, significa che c’è una parola che è arrivata talmente tanto in profondità dentro la mia vita che non posso più vivere come prima [i], che è successo qualcosa [i]. La teologia chiama questo qualcosa conversione [i]. Sapete che cos’è la conversione? [i] Non è comportarsi meglio (questa può essere una conseguenza della conversione) [i], è guardare le cose dalla parte giusta [i], e guardarle da un’altra parte che non è quella che tu conosci [i]. Allora vedete che la parola dei discepoli è una parola comprensibile ed è una parola che tocca i cuori [i]. Noi siamo una chiesa che sa parlare al cuore della gente, o parliamo alla testa e alla pancia? [i]
Terzo dono [i]. Ciò che ci dona lo Spirito Santo a un certo punto è quello di vedere che quello che stiamo vivendo cambia la nostra vita nel senso che la libera [i]. Molte persone pensano di vivere una buona vita di fede semplicemente perché hanno molti sensi di colpa e perché si fanno un sacco di problemi sulle cose che vivono dentro le loro esistenze [i]. Il Vangelo è liberante [i]. Non opprime le persone, non le rinchiude, allarga la vita [i], toglie la colpa dalle persone [i], insegna alle persone che cos’è il perdono, che cosa significa rompere con il peccato, vivere una vita completamente diversa [i]. Il nostro annuncio è liberante o è opprimente? [i] Perché ricordatevi che noi possiamo creare un intero popolo di Dio tenuto insieme dalla paura dell’inferno e dal senso di colpa [i]. Ma questi non sono i discepoli di Gesù [i]. Non si può essere Chiesa perché si ha paura dell’inferno e basta [i]. E non si può essere Chiesa soltanto perché fomentiamo sensi di colpa dentro le persone [i]. Siamo Chiesa quando liberiamo le persone dalla colpa e quando le liberiamo dalla paura [i]. E quando una persona è libera dalla paura? Quando si sente amata, quando non si sente più giudicata [i].
Allora vedete un po’ che percorso ci ha fatto fare la Pentecoste [i]: ci ha resi Chiesa che:
- comprensibili [i], riusciamo di nuovo a parlare una lingua che le persone capiscono [i];
- quello che diciamo arriva al cuore delle persone [i], non semplicemente alla testa o alla pancia, al cuore [i];
- il nostro annuncio è liberante, libera le persone [i].
Quarto dono: aiuta le persone a prendere delle grandi decisioni [i]. Vi siete accorti che viviamo in un’epoca in cui siamo diventati bravi ad analizzare tutto? [i] Noi analizziamo tutto, ma la domanda è: quale decisione prendi dopo che hai analizzato tutto? [i] Quando hai spezzettato tutta la tua esperienza, qual è la tua decisione? [i] Gesù faceva questo: aiutava le persone a prendere posizione, a decidere qualcosa dentro la loro vita [i]. Le parole che il popolo dice dopo che hanno ascoltato la predicazione di Pietro, lo sapete qual è? [i] Si sentirono il cuore trafitto e dissero a Pietro: “Che cosa dobbiamo fare?” [i] Cioè, questa è la cosa più importante per noi cristiani: mostrare la nostra fede con le decisioni che prendiamo [i].
Io non posso essere più lo stesso marito di prima [i]; devo decidermi ad essere una persona diversa nel vivere il mio matrimonio [i]. Non posso più essere la madre di prima [i]; devo vivere in maniera diversa la mia maternità [i]. Non posso più vivermi come vittima il fatto che sono anziano e ammalato [i]; devo prendere una decisione rispetto alla mia malattia [i]. Non posso più vivere come un ingarbugliato semplicemente perché ho 15 anni, 16 anni, 20 anni [i], ma devo prendere una decisione rispetto ai miei sogni, ai miei entusiasmi, a quello che mi porto nel cuore [i]. Le nostre decisioni testimoniano che abbiamo incontrato Gesù [i]. Perché Gesù faceva questo [i]: incontrava qualcuno che non riusciva a camminare e lo faceva camminare [i]; incontrava qualcuno che non riusciva a vedere e gli apriva gli occhi [i]. Incontrava qualcuno che faceva difficoltà a udire e gli apriva le orecchie [i]. Qualcuno che faceva difficoltà a parlare e gli scioglieva la lingua [i].
Questi miracoli testimoniano la vita che riparte [i]. Ora, il Vangelo fa questo nella nostra vita [i]. Il nostro modo di essere Chiesa ci apre gli occhi, ci spalanca le orecchie, ci insegna a parlare, ci mette in movimento [i]. Altrimenti, sapete qual è la nostra posizione? [i] Questa: spettatori seduti che ascoltano una parola e basta [i]. Ma questa parola arriva al cuore? E che cosa suscita questa parola che arriva al cuore? [i]
Allora capite che c’è modo e modo di essere Chiesa [i]. Possiamo essere una chiesa che semplicemente si accontenta di stare insieme perché non c’è nient’altro di interessante nel quartiere e le cose più interessanti le fa la parrocchia [i]. Allora, sì, andiamo in parrocchia [i]. Possiamo essere chiesa semplicemente perché… perché ci troviamo bene, perché c’è una comitiva di persone con cui c’è simpatia [i]. Possiamo essere chiesa per abitudine, per tradizione [i]. Diciamoci la verità, certe volte come celebriamo l’Eucaristia per abitudine [i]. È da quando siamo piccoli che veniamo qui, vediamo quei gesti, sentiamo quelle parole [i], ma in che maniera quell’Eucaristia mi cambia la vita? [i] Ma la pretesa dovrebbe essere esattamente questa: cambiarmi la vita [i].
Ora, guardate un po’ che cosa succede [i]. Dopo la Pentecoste c’è una fraternità, ma non è più quella della comitiva [i]. Sapete da che cosa è data la fraternità dopo la Pentecoste? [i] Tutti si sentono figli di un unico Padre [i]. Hanno capito il messaggio di Gesù [i], riconoscono di avere un Padre [i]: questo li rende fratelli, altro che comitiva! [i] È una domanda che mi metto io in mezzo a questa domanda [i]: noi siamo Chiesa in questo momento? Così sentiamo di essere insieme e di stare insieme perché abbiamo riconosciuto che Dio è nostro Padre? [i] Guardate che dire di aver riconosciuto che Dio è nostro Padre significa che abbiamo fatto l’esperienza di questo amore del Padre nella nostra vita [i]. Allora siamo tenuti insieme anche nella diversità [i]. Perché? Perché la Chiesa è bella perché tiene insieme tutti, non soltanto alcuni [i], e ci tiene uniti anche se siamo tutti diversi tra di noi, perché abbiamo riconosciuto che Dio è il nostro Padre [i].
Seconda caratteristica: l’Eucaristia non è più subita [i], non è più un’abitudine, un rito che noi celebriamo [i]. No, è celebrata quell’Eucaristia [i]. Apro una parentesi per mostrarvi come cambia l’Eucaristia dopo che il Risorto opera un cambiamento nei suoi discepoli [i]. Forse il brano più interessante, più bello, ce lo racconta Luca [i]. È una delle apparizioni più importanti del Risorto che tutti conosciamo, no? L’apparizione ai discepoli di Emmaus [i]. È molto bello che San Giovanni Paolo II ha dedicato, in una sua enciclica, una grande riflessione proprio sul modo di costruirsi l’Eucaristia, proprio su questo brano dei discepoli di Emmaus [i]. E perché? Che cosa fa Gesù Risorto? Si accosta a due discepoli che se ne stanno tornando a casa delusi e si mette a parlare con loro, li interroga e poi spiega loro il senso delle Scritture [i]. Dovrebbe essere la Liturgia della Parola in ogni celebrazione eucaristica [i]. Perché ascoltiamo la Parola di Dio? [i] Perché il Signore possa parlarci, ognuno nel proprio pezzettino di vita [i], e permettere di spiegarci il senso, come si vive una situazione, qual è il significato di quello che sto vivendo in questo momento [i].
Spiega loro il senso delle Scritture [i]. Poi arrivano davanti alla locanda di Emmaus [i]. Che bello immaginare la Chiesa come una locanda, come un luogo dove c’è convivialità [i]. Entrano insieme, trattengono questo sconosciuto, si siedono a tavola [i]. Gesù prende il pane (il gesto è eucaristico) [i], lo spezza [i]. Nello spezzare il pane, si aprono gli occhi e lo riconoscono [i]. Scompare dalla loro vista [i]. Si dicono l’un l’altro: “Ma non ci ardeva forse il cuore nel petto quando questo sconosciuto parlava con noi?” [i] E sapete cosa fanno? Si mettono in piedi e prendono la decisione di tornare indietro e di raccontare tutto agli altri [i].
Questa dovrebbe essere normalmente l’Eucaristia per ciascuno di noi [i]. La domenica veniamo qui perché abbiamo bisogno che qualcuno ci annunci, cioè che ci doni una parola che possa spiegarci la nostra vita, illuminarla, riaccenderla, far ripartire una passione che forse durante la settimana abbiamo perso, presi dai mille impegni, ripiegati sulle nostre cose [i]. E poi riconoscere Gesù nello spezzare il pane [i], e accorgerci che quel pane diventa misteriosamente la nostra forza [i], quella forza che ci rimette in piedi e ci spedisce fuori [i]. “Andate in pace” [i]. Il prete [dice]: “Rimanete in pace? Andate!” [i] Andare, riprendere il passo della nostra vita, ritentare, riprovare [i]. Questo è fare Eucaristia [i], ed è completamente diverso da subirla o viverla come abitudine [i].
Quindi vedete: il nostro stare insieme è perché abbiamo riconosciuto che Dio è nostro Padre [i]. Non siamo più insieme perché siamo una comitiva, ma perché abbiamo fatto l’esperienza dell’amore del Padre [i]. Il nostro celebrare l’Eucaristia ci cambia l’esistenza [i], perché illumina la nostra esperienza e ci dà la forza di riprenderci la vita in un modo completamente diverso [i].
Terza caratteristica: la preghiera [i]. Dopo l’esperienza della Pentecoste, i discepoli pregano in maniera diversa [i]. Non pregano più come i pagani [i]. Sapete qual è la preghiera dei pagani? (Tranquilli, qui sicuramente non c’è la preghiera dei pagani) [i]. I pagani, dice Gesù, pensano di essere ascoltati a forza di parole [i]. Cioè, sono quelli che pregano perché pensano che devono convincere Dio a fargli una grazia [i]. Ma uno che ci ama deve essere convinto da noi? [i] Vi rendete conto che molto spesso il nostro modo di pregare dice la nostra mancanza di fede, non la nostra fede? [i] I pagani sono quelli che pensano che attraverso delle opere buone possono gestire la divinità e fargli fare quello che vogliono [i]. Ma questa non è la preghiera cristiana [i]. I discepoli non pregano più come i pagani dopo il dono di Pentecoste [i]. La loro preghiera diventa finalmente mariana [i]. Sapete perché mariana? Non perché pregano Maria e basta [i], ma perché pregano come Maria [i]. E qual è la caratteristica della preghiera come Maria, che è il contrario della preghiera pagana? [i]
La preghiera di Maria ha tre caratteristiche fondamentalmente [i].
Prima, la fiducia [i]. Maria prega sempre con fiducia [i]. Tutta la sua vita è un atteggiamento di fiducia nei confronti di Dio [i]. Quando durante l’Annunciazione l’Angelo le annuncia la nascita di questo figlio nel suo grembo, l’Angelo le dice: “Nulla è impossibile a Dio, nulla” [i]. E Maria ci crede e dice: “Eccomi” [i]. Ci crede [i]. Ora, amici, vi faccio una domanda molto seria [i]: ma voi avete fiducia nel Signore? [i] Avete fiducia fino al punto di vivere la preghiera come un abbandonarvi completamente nelle mani di Dio? [i]
Sapete il demonio su che cosa ci attacca nella preghiera? Esattamente su questo abbandono [i]. La parte più difficile del Padre Nostro è la parte in cui diciamo: Sia fatta la tua volontà [i], perché abbiamo sempre la tentazione che ci sia, scusate il termine, qualche fregatura nel dire: “Sia fatta la tua volontà” [i]. Una volta una madre venne e mi disse: “Padre, io mi sento molto in colpa perché ho paura di dire sia fatta la tua volontà quando penso ai miei figli, perché penso: e se è volontà di Dio che si ammalano e muoiono? Io non voglio questo.” [i] Capite che cosa scatta dentro di noi? [i] Pensare che la volontà di Dio sia qualcosa contro di noi [i]. Non è così [i]. Sia fatta la volontà di Dio significa: io mi fido di te anche quando non capisco perché mi sta succedendo questo o quest’altro [i]. So che mi ami e che mi tirerai fuori da questa storia e mi abbandono completamente a te [i].
Vi ricordate quando Gesù inizia la sua vita pubblica nel racconto del Vangelo di Giovanni? [i] È il racconto che viene fatto alle nozze di Cana [i]. Non rimanete male anche voi quando Maria si rivolge a suo figlio Gesù e dice: “Non hanno più vino” [i]. La risposta di Gesù, lo sapete qual è? [i] Quindi non dice proprio: “Donna, che ho a che fare con te? Non è ancora giunta la mia ora” [i]. Prende le distanze da questa richiesta [i]. Non è proprio essere esauditi, no? [i] Qual è la reazione che ha Maria davanti a questo apparente diniego di Gesù, come se gli avesse detto di sì? [i] Si gira ai servi e dice: “Ok, adesso fate quello che vi dice” [i]. E Gesù dà indicazioni ai servi, i quali riempiono le otri di acqua, le portano a tavola [i]. Matrimonio salvato [i]. Guardate che è un esempio di che cosa sia la fiducia [i]. Perché non vi capita anche a voi di pregare, di avere la sensazione che Dio non soltanto non vi sta ascoltando, ma ve lo sentite anche un po’ contro? [i] E Maria, invece, contro ogni percezione che ha di Gesù, si fida e ottiene [i]. Ottiene [i].
Guardate, Gesù a un certo punto ci dice: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. Se domandate qualunque cosa nel mio nome, io la farò” [i]. Amici, ma noi ci crediamo? [i] Ci crediamo ancora a questo? [i] Perché la nostra preghiera dovrebbe essere una potenza, quando è fatta con fiducia, non come i pagani [i]. Vi faccio un esempio molto pratico [i]. Adesso facciamo tutti insieme un momento di preghiera e preghiamo per la pace, eh, in Ucraina [i]. Ah, quindi voi pensate che noi veniamo qui, preghiamo e convinciamo Dio a far finire la guerra in Ucraina, come se avesse bisogno che glielo domandiamo noi? [i] A che serve la preghiera? A convertire chi sta facendo la guerra [i], non a convincere Dio [i]. A pregare Dio che tocchi i cuori delle persone che sono responsabili di quella guerra [i], che cambi noi [i], che trasformi noi in strumenti di pace [i]. Noi non preghiamo per dire a Dio: “Fai una cosa buona”, Lui che è la bontà infinita, la bontà totale [i]. Capite che certe volte noi abbiamo un atteggiamento pagano nella nostra preghiera [i]. Allora, sì, che veniamo qui a fare una veglia di preghiera per la pace [i]: stiamo dicendo al Signore che questa pace inizi da me, inizi dalla mia conversione, inizi dalla mia famiglia e che arrivi fino alle guerre e che le cambi [i].
Seconda caratteristica di Maria: la fortezza [i]. Questa donna rimane in piedi davanti alla croce di suo figlio [i]. E lì i discepoli se ne sono tutti andati, sono fuggiti tutti [i], e lei invece rimane sotto la croce in piedi, non se ne va, non fugge [i]. La preghiera vera è quella che ci aiuta a non disertare quello che la vita ci mette davanti [i]. Quante volte ci viene voglia di fuggire? [i] L’altra sera in un incontro dicevo [i]: tra i pensieri inconfessabili, cioè quelli che non raccontiamo agli altri (forse qualche volta l’abbiamo detto nelle nostre confessioni) [i], ci sta anche il fatto che noi che siamo credenti, a certe volte viviamo delle tribolazioni che ci mettono nella testa il desiderio di morire [i], perché è più facile suicidarsi che affrontare delle situazioni [i]. È più facile dire al Signore: “Fammi morire”, “Guarda, non ne posso più” [i]. Non vergognatevi [i]. La Bibbia è piena di preghiere così, eh [i]? È piena di persone che, esasperate dal dolore, chiedono di morire [i]. Grazie a Dio, il Signore non ascolta queste preghiere [i]. Però la fortezza viene dal fatto che la preghiera, quella che assomiglia a Maria, ci aiuta a non fuggire davanti alle difficoltà, a rimanere in piedi nelle tribolazioni [i]. Quanti drammi ci sono nelle nostre case e ci viene voglia di fuggire? [i] Quanto è difficile, a volte è tossico, l’ambiente dei nostri lavori, dove lavoriamo, e ci viene in mente di andar via? [i] Quante difficoltà incontriamo anche nelle nostre comunità e ci viene voglia di dire: “Fate da soli, ‘sti gruppi, io me ne vado” [i]. La vera preghiera ci insegna a rimanere in piedi nella tribolazione, come Maria sotto la Croce [i].
Terza caratteristica della preghiera [i]. E qui forse rimarrete un po’ straniti [i]. La terza caratteristica della preghiera è la carità [i]. Io vedo in giro molta carità che non nasce più dalla preghiera [i]. È carità senza preghiera [i]. È filantropia nostra, molto umana, anche fatta bene, ma non è quella cristiana [i]. Perché la carità cristiana nasce dalla preghiera [i]. Nasce dalla preghiera e ce lo insegna Maria [i]. Dopo l’Annunciazione, il primo gesto che compie Maria, lo sapete qual è? [i] Mettersi in viaggio per andare a servire la cugina Elisabetta, a 100 km di distanza dal suo villaggio [i].
Siamo una Chiesa che sa vivere la carità [i], non che sa organizzare semplicemente servizi caritativi [i], ma che vive la carità come l’espressione della sua vicinanza a Gesù Cristo, come l’esigenza dell’incontro con Cristo [i]. Perché la gente non ha semplicemente bisogno delle nostre coperte, dei nostri panini e dei nostri vestiti [i]. La gente ha bisogno, insieme al panino, al vestito e alla coperta, ha bisogno di Gesù Cristo [i]. Cioè, ha bisogno di qualcuno che li prenda sul serio come persone, non semplicemente come portatori di bisogni [i]. La differenza cristiana della carità sta esattamente in questo [i]: il mondo, quando fa la carità, si occupa dei bisogni delle persone [i]. Noi, quando facciamo la carità, ci occupiamo delle persone che hanno bisogno [i]. Capite che la differenza è più grande [i]. Non ci accontentiamo semplicemente di dare il panino a uno che ha fame [i], ma di prendere sul serio uno che ha fame [i]. E quando diamo il panino, incontriamo la persona, non solo la sua fame [i]. Altrimenti, sapete cosa succede? [i] Diamo il panino e ci sentiamo la coscienza a posto perché abbiamo fatto qualcosa [i]: abbiamo fatto la carità [i]. Non è la carità cristiana [i]. La carità cristiana è prendersi la responsabilità della persona che hai di fronte e trattarla come persona, non come un bisogno [i].
Allora vedete come tutto può cambiare quando noi incontriamo lo Spirito Santo [i]. Qual è il mio augurio [i]. Questa comunità, questa Chiesa, vive un anniversario particolare: 50 anni di vita [i]. In questi 50 anni, quante persone si sono santificate venendo qui, entrando in questa chiesa, partecipando a questa comunità [i]? Quante persone hanno potuto incontrare Cristo e l’hanno potuto annunciare con la vita? [i] È un luogo benedetto [i]. È un luogo nato dai sacrifici, dall’aiuto di un prete, dal sentire di tanta gente che qui ha trovato una casa, un luogo, un modo per incontrare Gesù Cristo [i].
Vi prego, amici: non trasformate questo luogo in un luogo chiuso [i]. Questo Cenacolo sia spalancato [i]. Non rinchiudetevi qua dentro, non accontentatevi di intrattenere, non abbassate il tiro [i]. Ricordatevi che il motivo per cui questa chiesa vale la pena è Gesù Cristo [i]. E Gesù Cristo è ciò che libera le persone [i], è ciò che riempie la vita delle persone di significato [i], è ciò che ci dà occhi nuovi per vivere la nostra esistenza e ciò che ci salva [i]. Nel nome di Gesù c’è salvezza [i]. Allora questo luogo deve continuare ad essere un luogo di salvezza [i], un luogo di liberazione [i], un luogo dove si traduce il Vangelo e “tutti li sentirono parlare nella propria lingua natia” [i], un luogo dove le persone si sentono interpellate nel proprio cuore [i], non solo nei ragionamenti o nella pancia [i], un luogo dove si coltivano grandi decisioni [i].
È bello pensare che dalla vita di una comunità qualcuno ha preso la decisione di sposarsi, di scegliere la vita consacrata, di impegnarsi, di restituire ciò che ha ricevuto mettendosi a servizio [i]. Io immagino quanti, quanti volontari, prima, mentre venivo accompagnato a visitare il vostro oratorio, no? [i] Quanti volontari reggono questa casa [i]? Quante persone dicono il proprio sì, il proprio Eccomi? [i] La contropartita è questa: è ricevere sempre Gesù e restituire Gesù [i], accogliere e restituire [i]. Allora sì che questo anniversario ha senso [i], perché diventa una nuova Pentecoste [i], un nuovo modo di sperimentare di nuovo lo Spirito Santo e tornare di nuovo alle radici [i]: non essere più una chiesa stanca, autoreferenziale, chiusa, accontentata, abitudinaria [i], e tornare di nuovo a riprendere in mano la nostra missione [i], avere di nuovo slancio, avere un atteggiamento che è completamente diverso [i].
Prima erano dei paurosi, poi diventeranno dei coraggiosi [i]. Avevano paura di morire [i]. Sapete che fine hanno fatto tutti i discepoli? [i] Sono tutti morti martiri [i], cioè hanno trovato il coraggio di vivere la loro vita fino alle estreme conseguenze [i]. È l’augurio che faccio anche io a voi [i], e soprattutto è l’augurio di assomigliare a Maria in questi giorni in cui la celebrate come vostra patrona, come Ausiliatrice, come aiuto [i]. Che vi sia davvero di aiuto nell’insegnarvi ad essere discepoli come lei [i]: imparare ad avere fiducia nei confronti di Dio [i], fortezza nelle tribolazioni [i], e carità [i] (cioè capacità di prendere sul serio la vita delle persone e di amarle nei loro bisogni concreti, ma trattandole sempre come persone e non solo come bisogni) [i].
Allora lo scopo di questa chiesa avrà raggiunto il suo risultato [i]. E vorrei concludere esattamente come conclude Gesù dicendo: “Non può restare nascosta una città collocata sul monte e non si accende una lampada per nasconderla sotto il moggio, ma per essere messa in alto, perché illumini tutta la stanza.” [i] Possiate meritarvi di essere messi in alto e di illuminare questo territorio, queste case, questo quartiere, questa parte dell’Italia, del mondo [i]. Possiate illuminarla con la vostra testimonianza [i]. E sentitevi incoraggiati dal fatto che anche i discepoli si sono dovuti convertire un po’ alla volta [i]. Anche noi abbiamo bisogno di convertirci un po’ alla volta [i], ma alla fine il risultato lo si ottiene non perché siamo bravi, ma per dono di Dio [i]. E quindi sarebbe bello se questa sera ciascuno di noi invocasse il dono dello Spirito [i], affinché tutto quello che abbiamo ascoltato riusciamo a metterlo in pratica e a renderlo storia, fatto, a renderlo visibile anche agli occhi degli altri [i].