La Compassione di Gesù e la Santità Quotidiana – Don Luigi Maria Epicoco

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Il discorso di Don Luigi Maria Epicoco tenuto presso Chiesa di San Lorenzo Martire a Trezzano sul Naviglio – Milano, il 23 settembre 2023, esplora il concetto della compassione di Gesù e il suo impatto duraturo.

Sottolinea che Gesù non ha cercato uniformità, ma ha abbracciato la diversità delle persone, traendo il meglio da ciascuno. Don Luigi evidenzia come la storia della Chiesa sia intessuta di testimonianze individuali (carismi dei santi) che hanno tradotto il Vangelo nella vita quotidiana. Infine, si concentra su tre elementi chiave della compassione di Gesù: uno sguardo aperto sulla realtà, l’importanza del contatto fisico e dei gesti concreti, e la capacità di ascoltare senza giudicare o censurare, incoraggiando tutti i battezzati a essere protagonisti attivi della loro fede nel “fare il proprio possibile”.

Leggi la trascrizione del video.

Ringrazio di cuore padre Paolo, gli altri confratelli, voi tutti per questo invito e sono felice di poter condividere con voi, in questi giorni di festa, un pezzettino della vostra gioia e del percorso, del cammino di questa… di questa comunità. Voi sapete che fin dall’inizio, cioè fin da quando Gesù ha cominciato la sua opera di evangelizzazione, le persone che lo seguivano erano persone molto diverse tra di loro. Accanto a lui hanno cominciato a fidelizzarsi persone che venivano da situazioni umane molto diverse, avevano età diverse e sensibilità diverse. E cioè, Gesù non ha costruito attorno a sé un circuito di persone uniformi, ma un circuito di persone molto diverse tra di loro.

La diversità è la testimonianza del fatto che Gesù non ha fondato nessuna ideologia, cioè la sua proposta, la sua evangelizzazione altro non ha fatto che tirare fuori il meglio da ciascuno: tirare fuori il meglio da Pietro, tirare fuori il meglio da Giacomo, tirare fuori il meglio da Giovanni, paradossalmente, tentare di tirare fuori il meglio da Giuda, tentare di tirare fuori il meglio da Paolo, cioè da tutti coloro che incontrando lui si sono sentiti presi sul serio nella loro diversità, nella loro storia e, attraverso la loro diversità e la loro storia, hanno tentato di vivere ciò che Gesù aveva loro insegnato.

Da quel momento in poi, tutta la storia della Chiesa, 2000 anni, più di 2000 anni di storia della Chiesa, altro non sono stati che l’insieme di tante storie, di tanti uomini e donne che hanno preso sul serio quel Vangelo e hanno tentato di tradurlo con la loro vita. Perché vi sto facendo questa introduzione? Perché ciascuno di noi è debitore di un testimone, cioè di qualcuno che ha preso sul serio quel messaggio e, prendendo sul serio quel messaggio, attraverso la propria diversità ci ha mostrato una strada che poteva rendere possibile vivere il Vangelo. Teologicamente questa diversità si chiama carisma. E quindi San Francesco ha un carisma, oggi è la festa di Padre Pio, Padre Pio ha un carisma e Santa Rita ha un carisma, Sant’Annibale ha un carisma, San Giovanni Bosco ha un carisma, Madre Teresa ha un carisma, Santa Teresa ha un carisma. Vedete, ognuno di questi santi, San Lorenzo ha un carisma, ognuno di questi santi attraverso la propria diversità ci ha spalancato una strada.

…una strada, un modo per poter capire e vivere il Vangelo. Questa è la gratitudine che noi abbiamo nei confronti dei santi. Troppo spesso noi riduciamo i santi semplicemente a dei distributori di grazie e di miracoli, ma la vera gratitudine che noi dovremmo avere nei confronti dei santi è il fatto che la loro storia, la loro diversità, ci ha insegnato un modo nuovo di capire il Vangelo, un modo nuovo di metterlo in pratica.

Quello che abbiamo ascoltato all’inizio di questa nostra riflessione, il pezzettino del Vangelo di Matteo che parla della compassione che Gesù prova nei confronti di una folla che vede così stanca e che la vede sballottolata a destra e sinistra e il desiderio di Gesù di dire a tutti: “Preghiamo il padrone, pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”.

Ecco, questo pezzettino del Vangelo è stato decisivo nella vita di Sant’Annibale Maria di Francia. E questa parrocchia, questa comunità, che è retta da erogazionisti, altro non è che il modo di riproporci una strada che dovrebbe permetterci di capire il Vangelo e di metterlo in pratica. Ora, soltanto facendo questo noi capiamo dove vorrei andare a parare con questa mia riflessione, cioè che sguardo vorrei offrirvi, che cosa vorrei condividere con voi questa sera.

Ecco, non sono qui perché io non sono portatore di nessun carisma e sono anch’io debitore dei carismi dei santi, delle strade che loro hanno tracciato, ma mi piacerebbe che questa sera il modo che avremo di incontrare il Vangelo ci sia offerto esattamente da questa strada che ha segnato la vita di Sant’Annibale e poi mescolare questa sua diversità con la storia e l’esperienza di San Lorenzo che, forse essendo molto lontano in termini proprio storici da ciascuno di noi, forse non possiamo sapere tante cose della sua vita, ma sappiamo ciò che conta della sua vita, sappiamo della sua testimonianza portata fino alle estreme conseguenze del modo che questo giovane, questo ragazzo, questo santo ha tirato fuori per testimoniare il Vangelo fino a pagare in prima persona la testimonianza del Vangelo.

Ma partiamo dall’inizio e soprattutto perché quest’anno la parola che guida un po’ la riflessione di questa comunità è “Ascoltiamoci”. Che cosa significa tutto questo, cioè come il Vangelo può aiutarci a riflettere, ad entrare dentro questa parola. Allora, quando noi leggiamo il Vangelo, l’impressione che molto spesso abbiamo nel leggere il Vangelo è quello di trovarci davanti a un Gesù che è maestro. Ed effettivamente Gesù è un maestro, anzi è un maestro molto particolare.

La gente di lui diceva una cosa bellissima, gli faceva un complimento straordinario: dicevano di lui “Quando costui parla, costui parla come uno che ha autorità, non come gli scribi e i farisei”, che tradotto significa: quando Gesù parlava si faceva capire e quando diceva qualcosa si avvertiva che le cose che diceva erano vere perché lui credeva nelle cose che diceva. È un complimento molto bello. Bene, se tu leggi il Vangelo e soprattutto magari se ti fermi a leggere il Vangelo che è stato più letto nella storia della Chiesa, non so se sapete che il Vangelo più letto nella storia della Chiesa è il Vangelo di Matteo.

E il Vangelo di Matteo ti dà l’impressione che tutti quei racconti ti insegnino qualcosa, ti insegnino come comportarti, come vivere, come guardare le cose, come stare al mondo. Quindi la percezione che tu hai di Gesù è che Gesù è un maestro. Beh, io vorrei dirvi che questo è vero, ma è troppo poco pensare che Gesù sia un maestro, cioè è troppo poco immaginarcelo semplicemente come uno che dà informazioni giuste, che insegna delle cose giuste, che indica una strada giusta.

Se noi asciugassimo tutti i racconti del Vangelo, sapete cosa ci rimarrebbero di quei racconti? Non tanto le cose che Gesù spiega, ma il suo atteggiamento, quello che lui fa. Ad esempio, lui non è un maestro che si siede in cattedra e pontifica davanti alle persone che stanno parlando, ma è un uomo che cammina, che si mescola con la gente, è un uomo attento, ha gli occhi spalancati sulle persone che ha davanti. E questo è sicuro. Sapete perché è sicuro? Perché quando Gesù annuncia il Vangelo usa un metodo molto interessante, che è quello del racconto, delle parabole. Le parabole sono delle storie inventate da Gesù, però sono anche delle storie vere. Sono inventate perché sono delle storie che Gesù usa come un esempio, ma sono vere perché attraverso quelle storie le persone capiscono che cosa Gesù voglia dire.

E io vi dico che Gesù è un uomo con gli occhi aperti davanti alla gente proprio attraverso le parabole…

…noi ci accorgiamo che lui era un uomo così, perché quando si trovava davanti a delle persone che erano pratici di vita casalinga, magari aveva davanti delle donne che erano pratiche di saper stare al mondo e di saper gestire le proprie famiglie, la propria casa, gli esempi che usa Gesù sono questi: “Il regno di Dio è simile a una manciata di lievito che una persona prende e mette dentro la pasta affinché fermenti tutta la pasta”. Chi è abituato a preparare il pane ogni giorno, a tenere le mani nella farina, nel lievito, sa di che cosa sta parlando Gesù. Allora Gesù, guardando quelle persone, assume il linguaggio per rendersi comprensibile.

“Il regno di Dio è simile a coloro che gettano le reti e pescano tutti i pesci e quando arrivano, separano i pesci buoni da quelli cattivi”. A chi sta parlando Gesù? A pescatori, a persone che hanno a che fare con le barche, col mare, con le reti. “Il regno di Dio è simile” e continua così e comincia a dire: “C’era un uomo che piantò una vigna”. A chi sta parlando? A persone che fanno agricoltura. Insomma, il suo insegnamento non è astratto, generale, lontano. Gesù, quando parla, ha gli occhi aperti sulle persone che ha di fronte e cerca di farsi capire quanto più possibile dalle persone che lo incontrano.

Ancora, facciamo un passo in avanti. Non soltanto Gesù è comprensibile, ma l’atteggiamento che ha nei confronti delle persone che ha intorno è esattamente quello che abbiamo letto nel Vangelo di Matteo, cioè Gesù è colpito dalla gente, dalla sofferenza della gente, è colpito dalla gioia della gente, è colpito dalle risposte che queste persone danno.

Non so se avete mai notato che ci sono due momenti nei racconti del Vangelo in cui Gesù viene preso alla sprovvista. Uno è il racconto del giovane ricco: quando questo ragazzo dice a Gesù “Ma tu mi chiedi di vivere i comandamenti, ma io questa roba qui la faccio fin da quando ero piccolo”, e Gesù rimane sconvolto perché solitamente Gesù incontra gente che non vuole impegnarsi in niente e invece, per la prima volta, trova un ragazzo che fa tutto quello che dovrebbe fare, tutto, e rimane colpito. E dice il Vangelo “Allora Gesù, fissatolo, lo amò”, significa che non lo stava guardando prima e invece lo fissa, è completamente rapito da questo ragazzo e gli dice “Guarda, ti manca soltanto una cosa: vai a casa, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e poi seguimi”.

Voi sapete che andò a finire male quella storia perché quel ragazzo non lo seguì. Anche questo ci racconta il Vangelo. Oppure quando viene chiamato da un gruppo di Giudei, di persone del suo popolo, che gli dicono: “Per favore, ascolta la preghiera di questo soldato romano, di questo centurione che ha un servo che sta morendo e chiede il tuo aiuto”. Voi sapete che Gesù si mette in cammino verso la casa di questo centurione, ma prima di arrivare a casa il centurione gli manda un’ambasciata e gli dice: “Guarda, non venire, non sono degno che tu entri in casa mia. Non ho bisogno di prove, io credo in te, so… so con certezza che se tu dici una parola il mio servo sarà guarito”. E Gesù dice: “Mamma mia, in tutto Israele io non ho mai incontrato una fede così”.

Vedete, Gesù si stupisce. O ancora, a un piccolo villaggio, non molto distante dal Tabor, dal luogo della trasfigurazione, c’è un villaggio che si chiama Nain. Gesù entrando in questo villaggio incrocia la processione funebre di una madre vedova che sta accompagnando il proprio figlio unico al cimitero. E quindi è una processione funebre con una madre e un po’ di gente, un manipolo di gente di quel villaggio che sta accompagnando il cadavere di un ragazzo al cimitero. E Gesù, vedendo questa scena, dice il Vangelo, “ne provò compassione”. Si commuove, tant’è vero che si avvicina a quella donna, a quella madre e è mosso da compassione, le dice “Non piangere”. Ha una madre vedova che ha perso il suo figlio unico. Gesù gli dice “Non piangere”. Poi si avvicina a quella bara, prende per… prende con la sua mano il feretro, bussa su quel feretro e dice a questo ragazzo di mettersi in piedi e questo ragazzo torna in vita, viene riconsegnato alla madre.

Questo è Gesù. L’atteggiamento che ha non è da professore, lui è un maestro strano. L’atteggiamento che ha è quello di un’attenzione totale nei confronti della gente, di una compassione totale nei confronti delle persone.

Ora, guardate, questo è uno degli elementi più importanti per ciascuno di noi, perché noi siamo cristiani non nella misura in cui abbiamo imparato a memoria tutto quello che Gesù ha detto. Noi non siamo cristiani perché tutte le informazioni che ci ha dato Gesù ormai le conosciamo a menadito. Siamo cristiani se abbiamo lo stesso atteggiamento di Gesù, se abbiamo la sua stessa autorevolezza, se come lui abbiamo gli occhi aperti nella realtà, se abbiamo compassione nella realtà. Questo significa essere come lui, questo significa essere suoi discepoli. A un certo punto nel Vangelo di Luca, l’evangelista ci racconta una parabola detta da Gesù che è questa famosissima parabola del Buon Samaritano.

Voi sapete che in questa storia abbastanza strana, no, in cui passa un sacerdote, un levita e poi passa uno straniero, un samaritano, tutti con gli occhi si accorgono che c’è un uomo mezzo morto a terra. Tutti lo vedono, ma solo uno si ferma. E Gesù racconta quella storia per dire: tutti vedono, ma l’unico che ha fatto la cosa giusta è quello che si è fermato e si è fatto prossimo a quell’uomo.

Allora voi capite che noi possiamo trovarci nella posizione del sacerdote, nella posizione del Levita. Il levita è un esperto della liturgia, il sacerdote è un esperto della legge. Tu puoi frequentare la liturgia e non vivere come ti insegna Gesù. Tu puoi conoscere tutta la teologia e la morale cristiana e non vivere come insegna Gesù. Quel samaritano che non è né un esperto di liturgia né di teologia né di morale, fa l’unica cosa giusta. Tant’è vero che alla fine di quel racconto Gesù dice: “Secondo te, di chi è stato prossimo davvero quest’uomo? Chi è stato il suo prossimo? Chi si è fatto vicino a lui? Chi si è preso la responsabilità di quell’uomo che è buttato a terra?” E per tutto il Vangelo non parla, non prega, non ringrazia, non fa niente perché è un uomo mezzo morto, impuro agli occhi degli altri.

Allora, soltanto quando entriamo dentro questo atteggiamento di Gesù, che è l’atteggiamento della compassione, cominciamo a capire qualcosa di lui. Però, mentre venivo in macchina con padre Paolo, facevamo un po’ velocemente questa riflessione: il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato, troppo spesso noi lo intendiamo soltanto con una chiave di lettura clericale: “Preghiamo il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Chi sono gli operai? I preti, i religiosi, le religiose, i missionari? No, amici, gli operai sono quelli che sono battezzati e usano il loro battesimo. Sono i cristiani che hanno scelto di essere protagonisti della loro fede e non degli spettatori. Perché noi possiamo passare la nostra vita seduti nei banchi a guardare, ad ascoltare qualcuno e mai ad assumere la posizione da protagonista. Se io capisco che sono io un operaio, sono io un operaio che può aiutare il padrone della messe, importa poco se sono prete o se sono una madre, un padre, se sono un netturbino o un ingegnere, se faccio politica o se sono un ammalato in un letto. Importa poco chi sono e dove sono. Quando ho capito che la mia postura è quella del protagonista, io faccio la mia parte.

Allora Gesù prega affinché le persone si sveglino dal non protagonismo e tornino ad essere protagonisti. È una chiamata vocazionale che prende tutti, non solo qualcuno. E se a un certo punto il Signore chiama qualcuno e lo chiama al sacerdozio, lo chiama affinché quel sacerdozio o quella vita religiosa o quella vita missionaria ridesti in mezzo alla gente il protagonismo, il battesimo che funziona.

E quando funziona il battesimo? Quando noi cominciamo a vivere come Gesù, a ragionare come lui, a sentire le cose come le sentiva lui, ad avere lo stesso atteggiamento che Gesù aveva nei confronti degli altri, della realtà. C’è una cosa che tante volte noi dimentichiamo. Agli occhi del mondo, come veniamo chiamati noi? Noi veniamo chiamati cristiani. Che significa cristiani? Dovremmo essere un altro Cristo tutti. Cioè, questo Dio che nessuno vede, dove il mondo può vederlo? Lo dovrebbe vedere in noi, nel modo con cui io vivo la mia vita. E non perché il Signore ci domanda chissà quali opere, chissà quali esperienze, no, l’atteggiamento con cui io sto al mondo, la qualità della mia vita, delle mie relazioni, il pezzo di storia che mi ha affidato. Tu come te lo stai vivendo? Perché se tu lo vivi come Cristo, io ho visto Cristo, ho visto Dio.

E questo, vedete, non è una mia forzatura. A un certo punto Gesù dice nel Vangelo: “Affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”. Non vedano le vostre opere buone e vi applaudano. Vedano voi e capiscano che c’è Dio. Vedano il vostro modo di vivere e si sentano messi in discussione, vedano l’atteggiamento che voi avete nei confronti della realtà e gli venga il dubbio che forse le cose non sono semplicemente come sembrano. Ma questa è la nostra testimonianza cristiana. Questa dovrebbe essere la nostra santità. Questo significa valorizzare le feste dei santi, le persone che nella storia della Chiesa ci hanno tracciato una strada, ci hanno dato una nuova lettura sulle cose: essere come loro, lasciare un segno come loro, testimoniare come loro.

E vedete, se noi dovessimo dire in che maniera tutto questo si può realizzare dentro la nostra vita, beh, ce ne sono tante. La compassione di Gesù è fatta fondamentalmente di due-tre cose, di cui io ne vorrei sottolineare una in particolare, ma voglio dirvi anche le altre.

La prima, ve l’ho detto prima all’inizio, il modo compassionevole di Gesù di mostrarsi è che Gesù ha gli occhi aperti sulla realtà. Vi faccio un esempio: solitamente, e questa è una cosa che mi capita sovente di dover ripetere anche nei miei incontri, quando incontriamo ad esempio un povero, e non vogliamo avere a che fare con lui, qual è la prima cosa che facciamo? Cerchiamo di non intercettare il suo sguardo, guardiamo altrove. E volete che semplifico la questione? Quando tu stai parlando con una persona e non sei sereno nei confronti di quella persona, solitamente non la guardi negli occhi. Il guardarsi negli occhi significa entrare in relazione.

Ora, noi siamo cristiani che guardano negli occhi o cristiani che evitano lo sguardo? Siamo cristiani che sono capaci di cominciare a costruire delle relazioni o cristiani che evitano le relazioni? Ed è molto bello che questa educazione portata avanti da Gesù si realizza pienamente nei suoi discepoli. Noi abbiamo un racconto degli Atti degli Apostoli che è significativo: Pietro e Giovanni si recano al tempio a pregare. E così come capita ancora oggi nelle nostre chiese, anche all’epoca alle porte del tempio erano seduti dei poveri. Pietro e Giovanni incontrano un povero e questo povero è così povero che nemmeno guarda le persone che stanno entrando nel tempio, ha semplicemente la mano alzata, la mano aperta nella speranza che qualcuno gli faccia l’elemosina, gli dia qualche soldo.

Sapete da che cosa si vede il cristianesimo e si vede il cristianesimo all’opera in Pietro e in Giovanni? Perché quando Pietro si accorge di questo povero, lo chiama e gli dice: “Guarda verso di noi”. Cioè, fa esattamente il contrario di quello che facciamo noi, cioè vuole intercettare lo sguardo di quest’uomo, di questo poveraccio. Lo vuole guardare negli occhi e quando lo guarda negli occhi gli dice: “Non ho né oro né argento, non ho soldi, ma quello che ho te lo do. Nel nome di Gesù alzati e cammina”.

Ora mi piacerebbe dirvi: tutti dovremmo essere capaci di fare questo miracolo, di vedere una persona che è storpia a terra, di guardarla, di dire “Mettiti in piedi e cammina”. Ma il vero miracolo, cioè la vera cosa straordinaria di questo racconto, lo sapete qual è? Pietro ha ridato dignità a questa persona, gli ha detto “Tu esisti”. Perché lo sta guardando, perché sta dicendo “Io mi sono accorto di te, mi sono accorto del tuo dolore, non ho la soluzione al tuo dramma però non ti ignoro, non sono indifferente”.

Viviamo in una società che è connessa, ma che è piena di indifferenza. Fratelli, a volte ci ignoriamo nello stesso pianerottolo dello stesso palazzo, non ci guardiamo in faccia, siamo incapaci di costruire delle relazioni. È semplicemente perché diciamo “Eh ma mica sono fatti miei, eh mica io posso aiutare tutti, ma mica io…”. Ma il Signore non ti chiede di risolvere tutti i problemi del mondo, ti chiede di fare il cristiano. E il cristiano è uno che non si gira dall’altra parte, uno che ha gli occhi aperti sulla vita degli altri: gioia e dolore, drammi e sogni. I cristiani dovrebbero guardare negli occhi. Se noi vogliamo assomigliare ai santi, dobbiamo imparare a guardare negli occhi.

La seconda caratteristica: Gesù è una persona estremamente concreta ed estremamente fisica. Uno dei rimproveri che gli facevano è che Gesù mostrava la sua prossimità anche nei confronti di persone a cui non doveva avvicinarsi. Ad esempio, secondo le leggi dell’epoca, secondo quelli che erano i dettami della religione giudaica, un cadavere è impuro. Vi ricordate quando entra in casa di Giairo e la figlia è appena morta nel letto, che cosa fa Gesù? La prende per mano e le dice “Talità kum”, “Alzati”. Oppure quando tocca le persone che hanno una malattia, tocca gli occhi del cieco, tocca il lebbroso. Tocca il lebbroso, amici, il lebbroso non può essere toccato, lo sanno tutti, perché è una malattia contagiosa, la lebbra. Però Gesù sa che ci sono delle situazioni in cui le nostre parole non servono a niente. I nostri gesti sì. Pensate a un bambino piccolo, pensate a un bambino di 2-3 anni, mettetelo seduto su una sedia e perdete un’ora a spiegargli che lo amate, che dareste la vita per lui, che fate tanti sacrifici per lui… ma non capisce niente di tutti questi discorsi. Però se tu lo abbracci, capisce tutto. L’abbraccio, che è un linguaggio non verbale, è un linguaggio più efficace delle nostre parole. I gesti concreti valgono di più delle nostre chiacchiere. Noi siamo cristiani capaci di gesti concreti o siamo cristiani che chiacchierano? Usiamo le parole o usiamo la concretezza? La nostra compassione è carne o è retorica? Questa è una cosa molto, molto seria che dovremmo prendere sul serio dentro la nostra vita.

Ma è qui la cosa che vorrei sottolineare di più: la compassione di Gesù è fatta di un dettaglio che è l’ascolto. Ora, non so se ci avete mai pensato, per definizione, amici, per definizione Dio è onniscente. Sapete che significa? Che sa tutto. Quindi se sa tutto, non c’è bisogno nemmeno che gli dici le cose. Molto spesso Gesù sapeva in anticipo che cosa stavano pensando le persone in quel momento. Gesù, sapendo quello che stavano pensando nel loro cuore, disse. Quindi Gesù non è uno che ha bisogno che tu gli dici le cose, Gesù le sente, le capisce, non ha bisogno della tua parola.

Eppure tutto il Vangelo lo sapete di che cosa è pieno? Della carità che Gesù dà agli altri nel farli parlare. Si fa pregare Gesù, ma non perché ha bisogno che le persone gli dicano, perché lui non lo sa, ma perché le persone invece hanno un tremendo bisogno di consegnare se stessi a qualcuno. Guardate, viviamo in una società dove nessuno è più disposto ad ascoltarci. Tutti vengono e ci dicono che cosa dovremmo fare, ma molto spesso noi abbiamo semplicemente bisogno di qualcuno che ci ascolti, di qualcuno a cui possiamo raccontare il nostro dolore, anche se non lo può risolvere, consegnarlo a qualcuno è importante. Gesù non ha mai tolto la parola a nessuno. Anzi, il Vangelo ci insegna che Gesù guariva i muti, guariva i sordi, ridonava loro la comunicazione.

C’è un solo caso in cui Gesù mette a tacere e non sono le persone, ma sono i demoni. Quando i demoni cominciano a parlare, lui dice: “Taci, esci da lui”. E devono parlare solo se lui li interroga, solo se lui vuole sapere qualcosa. Vi ricordate l’episodio del Geraseno: “Qual è il tuo nome?” Quello risponde “Legione”. E poi cerca di contrattare qualcosa il demonio: “No, non ci cacciare, buttaci là, ci sono dei maiali”. Vabbè, non… non entriamo nella teologia di quel racconto, però è interessante che Gesù dà la parola a tutti e invece la toglie al demonio.

Noi siamo persone che sanno ascoltare? Guardate che molta solitudine nelle nostre case si costruisce sul fatto che siamo incapaci di ascoltare a casa nostra. Viviamo insieme ma non ci ascoltiamo più. Siamo nella stessa comunità ma non ci ascoltiamo più. Nessuno è disposto a mettersi ad ascoltare l’altro e quando nessuno ti ascolta tu ti senti solo, ti senti incompreso. A me commuove sempre quando qualche mamma, qualche papà, no, mi raccontano che i figli… i figli hanno le fasi, no? Asilo e scuole elementari, solitamente sono molto logorroici, tornano a casa e raccontano nel dettaglio tutto quello che è successo a scuola, tutto quello che m’ha fatto questo, quello che ha spiegato la maestra. Poi quando entrano nella preadolescenza: “Che cosa avete fatto? Niente. Non lo so.”. Si ammala la comunicazione, no?. Oppure, e questa è una cosa molto bella, non so se vi è capitato anche a voi, ma in qualche coppia di amici, ai figli di 4-5 anni c’è una fase molto strana, che è la fase in cui imparano le barzellette e sono delle barzellette che non fanno ridere tra l’altro, no, e le raccontano ad oltranza così. A me è sempre piaciuto l’amore con cui un adulto, una persona che gli vuole bene, glielo lascia dire, dice “Dai, dai, racconta, racconta”. In quel momento quel bambino si sente vivo, si sente protagonista perché qualcuno lo sta ascoltando.

Amici, non è vero solo per un bambino di 4-5 anni, ma pure quando ce ne hai 30, 50, 60, 70, anche se c’hai 100 anni, hai bisogno di sentirti vivo perché qualcuno ti ascolta. Noi abbiamo capito che Gesù esercitava la sua compassione ascoltando le persone, le faceva parlare, donava loro di nuovo la parola, donava di nuovo loro la possibilità di poter dire qualcosa e di poter esprimere anche la loro rabbia. Quando muore Lazzaro, sono amici, eh, Gesù, Lazzaro, Marta e Maria sono amici tra di loro. E quando muore Lazzaro e Gesù si reca a casa degli amici quando ormai è troppo tardi, quando ormai il suo amico è morto e sepolto e puzza, perché lo dico che il Vangelo, eh, ormai emana cattivo odore. Quando Marta va da Gesù non è che va per la leggera, eh, dice: “Mio fratello è morto. Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. Questa è rabbia che una persona esprime e uno dovrebbe dire: “Oh, qualche bodyguard, è il figlio di Dio, calma, no, tu che gli vai a insegnare che doveva venire e farti il miracolo a te”. E invece Gesù la lascia parlare, lascia che quella donna possa esprimere la sua rabbia.

Ecco, questo è un consiglio che vi do: quando pregate siate sinceri, dite quello che vi portate nel cuore. Gesù non è spaventato da quello che ci portiamo nel cuore, è spaventato dai nostri silenzi. Quando noi non parliamo più lì è spaventato. Quando la rabbia invece di esprimerla ce la teniamo dentro… e voi sapete che la rabbia, quando tu te la tieni dentro, diventa angoscia e violenza. E nel migliore dei casi la violenza la esprimi contro te stesso, nel peggiore dei casi contro gli altri, ma lì ci sono semplicemente delle persone che nessuno ascolta, che non possono tirar fuori quello che si portano dentro.

Mi verrebbe da dire: questa comunità è capace di compassione attraverso l’ascolto? Qui si ascolta? Nelle vostre famiglie si ascolta? Nei vostri gruppi si ascolta? Perché altrimenti possiamo fare tutti i sinodi, tutti i concili, tutte le riunioni del mondo, ma se non ci ascoltiamo noi stiamo venendo meno alla compassione che Gesù ci ha insegnato.

Allora, vedete, lo sguardo, il tocco, l’ascolto. Ecco le tre cose che ci fanno comprendere che cos’è la compassione di Gesù, ma soprattutto l’ascolto. Proprio sull’ascolto permettetemi di dire qual è la caratteristica dell’ascolto di Gesù: Gesù ascolta sempre senza giudicare, cioè ha un atteggiamento neutrale nei confronti di chi gli sta parlando, non giudica, ascolta le persone. Non è che non dice la verità, ma non fa sentire mai le persone sbagliate. Guardate, certe volte il nostro modo di essere credenti fa sentire le persone sbagliate e questo non va bene. Noi abbiamo il dovere di testimoniare la verità, ma non abbiamo nessun diritto di umiliare nessuno perché noi non conosciamo la storia delle persone. Noi non sappiamo quello che le persone si portano dentro, non sappiamo i drammi che hanno vissuto. Allora noi dovremmo essere capaci di ascoltare senza giudicare. La seconda cosa: essere capaci di ascoltare senza censurare, cioè senza dire “questo sì e questo no”.

Terzo: essere capaci di ascoltare gratuitamente. Ascoltando padre Paolo prima, no, mi veniva in mente un’immagine di che cosa sia la gratuità. Se in questa comunità, nell’oratorio di questa comunità, possono venire nell’oratorio anche persone o figli di famiglie musulmane o possono venire persone che magari non sono della nostra fede o della nostra esperienza umana, antropologica, sociale, significa che qui c’è gratuità, che noi non facciamo le cose con lo scopo di dover fidelizzare qualcuno. Ma noi facciamo le cose punto e basta, per amore gratuito.

Ora, che il Signore voglia usare quell’amore gratuito per toccare il cuore di qualcuno, questo non è un problema nostro, è un problema del Signore. A noi è chiesto di essere gratuiti, di non chiedere referenze a nessuno. Non ci interessa chi è il fratello, la sorella che abbiamo davanti, ci interessa che è un essere umano che va accolto gratuitamente, ascoltato gratuitamente. E questo ve lo dico perché sarebbe bello poter dire: se tu ascolti una persona, certamente quella persona cambia, migliora. No, a volte tu ascolti qualcuno e rimane uguale, la vita non cambia e a un certo punto tu ti stanchi anche di ascoltare una persona che non vuole cambiare vita, perché ti sembra inutile. È inutile, cioè è gratuito. Questo significa che è inutile, che è gratuito.

Ora, siamo capaci di tutto questo? È una domanda a cui io non posso rispondere, ma vi accorgete come la parola di Dio, come la testimonianza dei santi ci aiuta a percepire la grande differenza che c’è e la testimonianza che noi dovremmo portare.

E voglio arrivare all’ultimo punto: a cosa serve la compassione, cioè qual è lo scopo vero della compassione? Perché viviamo in un momento storico in cui la maggior parte dei problemi noi tentiamo di risolverli nella nostra testa. Ma non arriviamo mai ai fatti, cioè ad agire. E questo per tanti motivi. Ad esempio ci sembra così grande il… i drammi che c’abbiamo davanti che noi diciamo “Ma noi siamo piccoli, non possiamo fare niente”. Sì, siamo piccoli, ma non è vero che non possiamo fare niente. Possiamo fare il nostro possibile, possiamo fare qualcosa. Siamo pronti a fare qualcosa? Noi non abbiamo gli strumenti per risolvere il problema dei giovani che si drogano nel boschetto di Rogoredo, però magari qualcuno lo conosciamo e possiamo prendere a cuore un ragazzo che è quello che è il figlio di quel nostro amico, che è quella persona che io incrocio, una persona. Il mio possibile lo posso fare, sì o no?. Non ho le soluzioni per bloccare le guerre nel mondo, ma per buttare acqua sul fuoco nei conflitti domestici, posso farlo. Non ho gli strumenti per cancellare l’ingiustizia sociale e la fame che c’è, ma se c’è qualcuno che può sedersi a tavola con me, perché non devo farlo venire a tavola con me?. Cioè, con il… con la scusa che noi non possiamo risolvere i problemi del mondo abbiamo smesso di fare il nostro possibile. Ma l’unica cosa che ci domanda il Signore è il nostro possibile. Solo questo.

È la testimonianza di San Lorenzo. Voi sapete che i diaconi venivano scelti soprattutto per il servizio ai poveri. Ma questo… questo ragazzo, questo santo ha risolto i problemi della povertà di Roma? No, ha fatto il suo. Ha pagato perché ha fatto il suo, perché ha vissuto la sua fede cristiana concretizzandola nella carità. Ma noi siamo capaci di carità? Siamo capaci di azione? Lo dico meglio: siamo capaci del nostro possibile?. Questa è una domanda seria, perché è questo l’esercizio vero e capire che il cristianesimo non è una roba che rimane in chiesa e non è un discorso che possiamo farci tra di noi per sentirci fomentati, non è la spiegazione sui drammi del mondo. Il cristianesimo è il tentativo di mettere ogni giorno in pratica quello che hai riconosciuto essere vero.

Gesù dice così: “Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”. Non uno che parla, ma uno che prova. E ve lo ripeto, fratelli, non è importante se ci riusciamo, non sono importanti i risultati. La santità che ci viene chiesta è quella dei tentativi, non delle soluzioni. Se per tutta la mia vita, nonostante i miei peccati, nonostante i miei limiti, nonostante il mio carattere, la mia storia personale, tutte le sante mattine io ho provato a mettere in pratica e poi non ci sono riuscito, però c’ho provato… Questa è la santità cristiana. La santità cristiana è provarci sempre senza scuse.

Invece sapete cosa fa il demonio? Non ve lo immaginate come solitamente ci viene venduto. Il demonio dice: “Ma tu… tu vorresti fare il tuo possibile con la storia che hai?” No, hai fatto delle stupidaggini, adesso non puoi più recuperare, quindi non fare più niente. O ancora, adesso va di moda il fatto che noi ci fossilizziamo sulle nostre ferite: “Eh ma le ferite che ho avuto nella mia vita così…” le usiamo come scusa per non fare più il nostro possibile.

Oggi è la festa di un santo che vi dicevo è un santo particolare, no? È San Pio da Pietrelcina. La gente andava in flotte da lui per vedere chi? Un frate stigmatizzato. Sapete cosa significa? Che Padre Pio c’aveva le mani, i piedi, il costato bucati come il crocifisso. L’avete capito o no che tutti abbiamo delle stimmate, tutti abbiamo dei buchi, tutti ce le abbiamo, tutti abbiamo delle ferite?. Allora se tu te le porti in mano queste ferite, dici “Ah, io sono come Gesù”. Se te li porti nel rapporto che avevi con la tua famiglia, nella tua affettività, se te li porti nella tua vita, nel… nel tuo modo di stare al mondo, allora quelle cose tu non le vuoi. Tu sei come Gesù, tu sei come Padre Pio, tu sei ferito. Ma non mi sembra che Padre Pio per tutta la vita si è pianto addosso le ferite. Ha fatto del bene con le ferite. Non usate la vostra vita come scusa per non vivere più il possibile. Noi siamo qui per fare il nostro possibile.

E voglio lasciarvi con la stessa ironia, ma non lo so se effettivamente nelle… voi sapete che nelle cronache anche delle storie dei martiri c’è a volte la mano forte di qualche scrittore che esagera su alcuni aspetti, no, ma semplicemente per trasmetterci un significato un po’ più profondo. Mentre stavano ammazzando Lorenzo, no, a un certo punto sulla graticola, appunto, dice: “Da questo lato sono cotto, giratemi dall’altro”. No, questo ci fa sorridere. Però dice una cosa interessante: che persino nel momento in cui tutto sembra perduto, quest’uomo mostra una libertà interiore pazzesca che è una caratteristica cristiana che ci siamo un po’ persi per strada. Lo sapete qual è? Il buon umore. Tu puoi stare in croce, ma puoi anche beffarti del male che vuole che tu ti ripieghi sul tuo dolore e puoi avere un distacco da quella sofferenza fino al punto che riesci a scherzare con ciò che ti sta ammazzando. E questo non dice che sei uno sprovveduto, dice che sei una persona libera fino alle estreme conseguenze.

Allora il mio augurio è questo: di poter realizzare dentro la nostra vita sempre di più l’insegnamento di Gesù, che non è quello delle parole, della teologia o della semplice morale, ma è l’insegnamento di un modo di stare al mondo, una compassione che è diventata concretezza, che è diventata sguardo aperto, che è diventata tocco, prossimità, che è diventata ascolto, che è diventato esercizio del nostro possibile. Se tutte queste cose ci sforziamo di viverle dentro la nostra vita, questo mondo in questo momento può vedere ancora Gesù e Gesù può ancora fare miracoli. Grazie.

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