Arcivescovo di Torino
«Predicate il Vangelo ad ogni creatura»
Comunità cristiana, catechesi, persone disabili
Il diritto di cittadinanza dei disabili nella vita della società e della Chiesa ha ricevuto negli ultimi anni particolare attenzione, giungendo ad imporsi come esigenza, anche se gli ostacoli alla sua realizzazione non mancano: lentezze e ritardi sono riscontrabili sia nell’ambito civile che ecclesiale.
Tale attenzione si è manifestata nel mondo della Chiesa in particolare attraverso l’inserimento auspicato nella catechesi, il riconoscimento del loro diritto a celebrare i sacramenti nella comunità cristiana, l’impegno a favorire la loro educazione spirituale e morale.
Per lungo tempo la Chiesa ha concretizzato la sua vicinanza alle persone disabili principalmente attraverso l’opera di istituzioni religiose maschile e femminili che in questo campo hanno trovato il loro carisma specifico; tale servizio si è spesso configurato anche come supplenza nei confronti delle strutture statali. Ciò ha facilitato anche la loro educazione religiosa di base.
Un momento chiave dell’apertura alla situazione dei disabili è stato il progressivo superamento delle scuole speciali favorendo l’inserimento scolastico nell’iter comune: tale passaggio ha sicuramente segnato un importante progresso nella concretizzazione dei diritti dei disabili. Ciò ha determinato anche la necessità, da parte della comunità cristiana, di farsi carico in modo nuovo della loro educazione cristiana: un compito che trova riscontro in tante prese di posizione magisteriali.
Scrivono ad esempio i vescovi dell’Emilia Romagna: «Questo annuncio della Buona Novella tende a inserirli [i disabili] a pieno titolo nella comunità cristiana, soggetti originali, con diritti e compiti irrinunciabili nell’economia della salvezza. Essi sono chiamati a celebrare sacramentalmente la loro vita di fede, secondo i doni ricevuti da Dio e lo stato in cui si trovano. Così, partecipando alla catechesi, alla liturgia e alla vita della Chiesa, potranno compiere il loro cammino di fede, e diventare soggetti attivi di evangelizzazione, capaci di arricchire con doni e carismi propri la comunità cristiana»[1].
Ritroviamo tale attenzione anche nell’assemblea sinodale della Chiesa torinese[2], che si faceva eco di quanto affermato nel documento della Santa Sede per l’anno internazionale delle persone disabili (1981), nel quale si invitano le parrocchie (e non solo esse) a «studiare, continuare ad applicare, e, se del caso, rivedere metodi adeguati di catechesi per le persone disabili, e seguire la partecipazione e l’inserimento di questi nelle attività culturali e nelle manifestazioni religiose, così da rendere tali soggetti – che hanno preciso titolo ad una appropriata formazione spirituale e morale –membri di pieno diritto delle singole comunità cristiane»[3].
Se la disabilità non diminuisce la dignità di una persona, né riduce i suoi diritti, ma li evidenzia perché possano essere difesi ad oltranza, possiamo affermare «che essi, innanzitutto i fanciulli e i giovani handicappati fisici e mentali, hanno diritto a conoscere come gli altri coetanei il mistero della fede»[4].
Nonostante queste affermazioni autorevoli, nelle nostre comunità ecclesiali spesso siamo impreparati all’accoglienza; e sicuramente deve ancora crescere la consapevolezza che anche la persona disabile ha bisogno di essere aiutata, accompagnata e sostenuta nel cammino di crescita nella vita di fede, di essere evangelizzata e di vivere la vita sacramentale per esprimere pienamente la propria vocazione cristiana.
In questa direzione si pone questo documento, frutto del lavoro della Commissione diocesana “catechesi e handicap”, operante dal 1995 all’interno dell’Ufficio catechistico diocesano. In queste pagine intendiamo offrire alle comunità parrocchiali, e in particolare ai catechisti, alcune linee di orientamento per la realizzazione di itinerari catechistici che tengano conto della realtà delle persone disabili[5].
Il diritto del disabile ad essere aiutato nel cammino di fede trova le sue radici non tanto nel riconoscimento umano, pure necessario, quanto nelle parole stesse di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
In quel «ad ogni creatura» c’è l’affermazione categorica ed inequivocabile che nessuno è escluso dall’annuncio del Vangelo che il Signore affida alla sua Chiesa. E, in positivo, c’è l’affermazione che ciascuna persona nelle sue concrete condizioni di vita, e dunque nella sua unicità e irripetibilità, è chiamata al Vangelo, ossia ad accogliere il dono della salvezza come gratuita partecipazione alla vita stessa di Dio.
Le persone disabili, anche se hanno delle difficoltà, talvolta più evidenti e in certi casi più sfumate, sono bambini, adolescenti, giovani, adulti dei quali spesso si dice che “non possono seguire” o che “seguono a fatica” e che in certi casi chiedono da parte nostra uno sforzo speciale per adattarci alla loro condizione.
Non si tratta di malati, ma di persone che portano le conseguenze di una menomazione; non sono degli emarginati – anche se spesso rischiano di diventarlo. Sono persone che si trovano in una determinata condizione esistenziale, in una situazione di svantaggio per cause diverse. Sono persone che, avendo disabilità di tipo motorio, psichico, intellettivo, sensoriale che si diversificano ulteriormente per gravita e prognosi, hanno bisogno di particolari aiuti e apporti per poter esprimere le loro potenzialità, farle sviluppare e poter vivere come tutti.
Il mondo della disabilità si presenta quindi molto diversificato: è importante prenderne coscienza, poiché il nostro servizio catechistico accanto a loro dovrà essere altrettanto diversificato evitando di semplificare la realtà.
Così come è importante non confondere handicap e disabilità. L’handicap non è la disabilità. E’ piuttosto il risultato, la conseguenza di atteggiamenti e attese di noi cosiddetti “normali” e della società, che erige barriere di ogni tipo nei confronti di queste persone. Per chiarire con un esempio: una disabilità motoria, anche non grave, diventa handicap quando i movimenti, già limitati, sono resi impossibili dalle barriere architettoniche, dalla mancanza di adeguati strumenti, dalla scarsa attenzione di chi è loro vicino.
Il punto di partenza per una catechesi al disabile è il riconoscimento del suo essere persona, con un nome proprio e una propria soggettività, che vive il disagio della sua disabilità. E’ questa una consapevolezza che sta crescendo, e che richiede da noi una conoscenza maggiore per saperci comportare in modo corretto nei loro confronti, superando pregiudizi e convinzioni sociali spesso operanti in noi anche in modo inconsapevole.
Il documento Il rinnovamento della catechesi ribadisce con forza che “insostituibile è la partecipazione attiva dei genitori nella preparazione dei figli ai sacramenti dell’iniziazione cristiana […]. E’ particolarmente importante ricordarlo oggi, perché le diverse generazioni hanno maggior bisogno di incontro e di confronto, e perché vivo è il rischio che anche in famiglia ciascuno si senta solo”[6].
Quanto affermato è valido per tutte le famiglie ma è particolarmente significativo e valido per le famiglie con persone disabili.
Accanto all’impegno dei genitori, ci sembra importante evidenziare i doveri che la comunità ecclesiale, la Chiesa, ha nei loro confronti: il dovere di essere realmente presente, il dovere di essere umilmente vicina, il dovere di essere loro a fianco nelle battaglie per il diritto a una vita dignitosa per i loro figli e, talvolta, il dovere di un rispettoso silenzio.
Si tratta perciò di essere accanto a queste famiglie, per sostenerle, amarle, aiutarle. La nascita di un figlio “non come lo si desidera”, infatti, mette in atto non di rado dinamismi di negazione, di accettazione – rifiuto, di colpevolizzazione, di rassegnazione, di chiusura nel proprio mondo, di iperprotezione e dà origine talvolta a periodi di crisi che possono rendere difficile, e in qualche caso mettrere in grave pericolo, la stessa vita matrimoniale e familiare. Tali dinamismi fanno vivere di solito la famiglia di una persona disabile in una situazione di grande solitudine, proprio nel momento in cui più ha bisogno di ascolto e comprensione; e spesso succede che anche le nostre comunità parrocchiali non riescono a essere presenti in queste situazioni. Inoltre, talvolta si verifica una mancanza di solidarietà, di aiuto, tanto nell’ambito della comunità civile, quanto in quello della comunità ecclesiale.
Ci ricorda a questo proposito il già citato documento della Santa Sede per l’anno internazionale delle persone disabili: «In tale ottica, occorrerà tenere presente l’importanza decisiva che riveste l’aiuto da offrire nel momento in cui i genitori fanno la dolorosa scoperta che un loro figlio è handicappato. Il trauma che ne deriva può essere di natura più profonda e determinare una crisi talmente forte che scuota tutto un sistema di valori: la mancanza di una precoce assistenza e di un adeguato sostegno in questa fase può avere conseguenze nefaste tanto per i genitori che per la persona disabile […]. Occorre, dunque, che le famiglie siano circondate da profonda comprensione e simpatia da parte della comunità e ricevano […] una adeguata assistenza sin dall’inizio della scoperta della disabilità di un loro membro”[7]. Questo deve essere fatto in un contesto di solidarietà non episodica né sentimentale, in una esperienza reale di comprensione e condivisione ponendo attenzione al ciclo vitale della famiglia in quanto le esigenze cambiano a seconda delle tappe evolutive che sta vivendo.
Per conoscere le situazioni e programmare gli interventi bisogna innanzitutto visitare queste famiglie e rendersi disponibili a un ascolto delicato. E’ importante consentire che i familiari, e in modo particolare i coniugi, abbiano del tempo da dedicare a se stessi per avere poi la forza di riprendere l’equilibrio della vita. Bisognerà aiutarli ad affrontare, e superare, ciò che logora i sentimenti e i rapporti affettivi; a vivere con coraggio anche il momento della fatica del credere, a valorizzare ciò che apre a una più profonda maturità di fede. Per tutto questo, hanno bisogno di ascoltare non solo parole il cui significato può sembrare loro molto lontano ma soprattutto di testimonianze concrete e di amicizia.
Ciò sarà possibile attraverso l’impegno coordinato di alcuni membri della comunità: i pastori, i volontari impegnati nei diversi gruppi, associazioni, iniziative, le altre famiglie, i gruppi ‑famiglia, i catechisti.
La parrocchia deve rappresentare per queste famiglie un luogo di accoglienza e Amore.
Se questi genitori vedono che qualcuno vuol bene al loro bambino, lo accetta, allora cominciano a capire che anche questo tipo di vita ha senso. Se infine il bambino viene valorizzato e accolto nel gruppo, se vede che la comunità cristiana riconosce in lui un figlio di Dio “speciale”, in senso positivo, allora la famiglia comincia ad aprirsi e a capire che in fondo anche questo è un dono – impegnativo, ma dono.
«La Santa Sede ‑ dice ancora il documento dell’81 ‑ consapevole dell’eroica forza d’animo da esse richiesta, non può non dare un contributo di apprezzamento ed esprimere profonda riconoscenza a quelle famiglie che, generosamente e coraggiosamente, hanno accettato di prendersi cura e persino di adottare bambini disabili.
La testimonianza che esse rendono alla dignità, al valore e alla sacralità della persona umana merita di essere apertamente riconosciuta e sostenuta da tutta la comunità»[8].
Ma la presenza di famiglie di questo tipo non può che essere il risultato di una lunga e intensa opera di sensibilizzazione e di maturazione umana e cristiana.
L’accoglienza è il cuore della carità. Ogni persona per sviluppare le proprie potenzialità e maturare ha bisogno di essere accolta, di sperimentare un contesto di comunione, di condivisione, di amore. Una comunità è accogliente se riconosce nel proprio ambito tutte le presenze che la costituiscono (bambini, giovani, famiglie, malati, anziani, poveri, stranieri, disabili…) e sa riflettere la ricchezza di ciascuna di esse. I disabili appartengono come gli altri cristiani a una diocesi e a una parrocchia e la comunità cristiana deve quindi prendere coscienza della necessità di accogliere nel suo interno queste persone se vuole essere evangelicamente se stessa. La comunità ha bisogno di loro; senza questa parte “il corpo della Chiesa” risulterebbe privo di una dimensione importante.
Essi, come tutti quanti gli altri, hanno diritto ad essere integrati nella comunità e questa deve accoglierli come un dono: non soltanto come destinatari, ma come soggetti attivi di evangelizzazione, e ricchezza per tutta la parrocchia. La scelta a favore dei disabili è prima di tutto segno caratteristico della venuta del regno di Dio, della sua presenza nella storia mediante Gesù.
L’opera di Gesù è tutta in favore dei poveri. Egli parla loro, li cerca, li incontra, li ama, li aiuta, li salva. I poveri di Gesù sono tutti quelli che la gente abitualmente emargina o sfugge. Egli li accoglie con amore preferenziale, li guarisce, annuncia a loro il Regno di Dio: “i ciechi riacquistano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti e i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la Buona Novella”[9]. Anzi, ancora di più: egli stesso si identifica con loro: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”[10].
Per Gesù la solidarietà concreta ed effettiva con i più deboli e gli emarginati fa parte della missione della Chiesa ed è il segno distintivo per riconoscere i suoi veri discepoli e criterio di giudizio finale[11]. L’accoglienza e l’evangelizzazione delle persone disabili realizza così in modo diretto la sintesi tra Vangelo e carità.
L’orientamento pastorale è chiaro: operare per favorire la partecipazione delle persone disabili alla vita della comunità cristiana. Si tratta ora di precisare le modalità con cui questo deve essere realizzato.
I principi ortopedagogici[12] da cui la nostra azione deve essere guidata sono gli stessi elaborati e acquisiti nell’esperienza educativa in campo assistenziale, terapeutico, scolastico, familiare, e in tutti i luoghi in cui il problema è stato affrontato. Essi sono normalmente riassunti con tre parole: integrazione, normalizzazione, personalizzazione.
Integrazione costituisce la possibilità concreta che il disabile sia considerato «dei nostri», evitando ogni forma di isolamento. Si tratta di rendere la persona disabile soggetto a pieno titolo, secondo le sue possibilità, anche nell’ambito della vita parrocchiale. La comunità cristiana non può ammettere nel suo seno cristiani di serie diverse, operando delle discriminazioni.
Normalizzazione è la conseguenza operativa del principio di integrazione: una “persona in difficoltà” è persona a tutti gli effetti, e ha il diritto di avere tutto quello che le serve: essere curata, fare dell’attività sportiva, vivere una realtà familiare, avere una stima sociale…
Normalizzazione significa avvicinarsi al comportamento della vita comune, e implica la possibilità di fare, nel limite del possibile, le cose che fanno gli altri e che sono considerate normali, secondo ritmi giornalieri, settimanali e annuali, come ognuno di noi vive.
Personalizzazione mette in luce che nelle cure di vario genere, come pure nei diversi rapporti educativi e religiosi tendenti a superare i limiti dei disabili, si deve sempre partire dal considerare il valore di ogni persona e promuoverne la dignità, il benessere e lo sviluppo integrale, in tutte le dimensioni e facoltà fisiche, morali e spirituali.
Lo stile di accoglienza condurrà la comunità cristiana a pianificare una pastorale che non ponga il disabile al centro come «oggetto di interesse», emarginandolo nel concreto del quotidiano, ma che si prenda cura di chi ha bisogni particolari come membro attivo della comunità.
Di questo stile pastorale intende farsi carico la Chiesa italiana quando scrive: «con premura speciale, i catechisti devono prendersi cura di coloro che hanno maggiore bisogno, perché più poveri, più deboli, meno dotati. Proprio a loro Cristo ha voluto mostrarsi strettamente vicino e unito, annunciando che la lieta novella data ai poveri è segno dell’opera messianica. Essi vanno avvicinati con zelo e simpatia. Si devono studiare e attuare forme di catechesi, che meglio rispondano alle loro condizioni»[13].
Si tratta quindi di mettere in atto azioni pastorali possibili, anche se inizialmente poche, semplici ma concrete, che orientino verso il raggiungimento dell’integrazione, della normalizzazione e della personalizzazione dei disabili.
1. Conoscenza del problema
2. Sensibilizzazione della comunità e dei diversi gruppi
3. Passi in vista di un progetto pastorale parrocchiale «senza barriere»
4. Attività concrete da realizzare
Tutti, nella chiesa, sono chiamati a ricevere la buona novella e a offrirla. Gesù è venuto in questa terra per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi[14].
Partendo da una concezione intellettualistica della catechesi, che fa principalmente leva sulle verità da apprendere piuttosto che da vivere, e dal presupposto che i disabili non possono capire e non possono seguire, si finisce con lo sminuire il valore della persona nella sua interezza e inevitabilmente col ridurre i contenuti della catechesi.
La catechesi è invece destinata a tutti, e rispettando ciascuno nella sua originalità. Ciò significa che per alcune persone è necessario che venga pensata e realizzata con cure e metodo particolari, tenendo conto delle situazioni specifiche[15].
Tra le diverse tipologie di disabilità sono soprattutto i disabili mentali rispetto a quelli motori a porre problema alla catechesi; per questo tra le note che seguono sarà evidente un più frequente riferimento, anche implicito, a queste situazioni.
In linea di principio la catechesi ai disabili dovrà almeno garantire le dimensioni fondamentali del messaggio cristiano:
la dimensione della “paternità e dell’amore di Dio”;
la dimensione della “fraternità degli uomini”;
la dimensione della “provvidenza di Dio”.
Bisogna partire dall’essenziale (che non vuol dire ridurre il catechismo), e poi progredire gradualmente nelle conoscenze e nella vita nuova sapientemente distinguendo ciò che è fondamentale da ciò che è secondario, in rapporto sempre alle capacità del soggetto e al tipo di handicap, seguendo la didattica dei piccoli passi. Non bisogna d’altronde dimenticare che la verità essenziale non è qualcosa ma Qualcuno: Gesù Cristo.
La catechesi, quindi, non può essere solo un’esposizione di nozioni e di precetti. Deve essere assolutamente cristocentrica: parte dalla persona di Gesù e a lui continuamente ritorna.
Il nucleo centrale può essere riassunto così: Gesù Cristo, uomo-Dio morto e risorto, persona concreta, ci rivela l’amore del Padre e ci aiuta a scoprire la mano di Dio nella creazione e nella vita dell’uomo e dell’umanità tutta intera. Ciò avviene grazie al dono del suo Spirito, che guida la Chiesa nel cammino della storia verso l’avvento del Regno definitivo.
Intorno a questo nucleo centrale, secondo la capacità di chi l’accoglie, la verità potrà essere progressivamente allargata a spirale partendo sempre dalla viva esperienza del soggetto. Sembra a questo proposito utile ricordare l’affermazione del Documento Base a proposito della «presentazione completa del mistero rivelato» nella catechesi: «La misura e il modo di questa pienezza sono variabili e relativi alle attitudini e necessità di fede dei singoli cristiani e al contesto di cultura e di vita in cui si trovano»[16].
Il clima di fiducia e di ascolto, e la conoscenza reciproca, sono elementi essenziali per maturare una buona relazione pedagogica tra annunciatore e destinatario.
Come per tutta la catechesi, anche per il bambino disabile, molto si gioca sulla figura del catechista, sulla sua competenza e disponibilità. E’ per questo che è sempre più importante che nelle nostre comunità si prenda coscienza che non si fa i catechisti «per caso» o semplicemente «per necessità», ma attraverso un percorso di formazione e in un contesto di discernimento comunitario.
Senza ritenerle specifiche unicamente di chi si occupa di persone disabili, crediamo importante sottolineare alcune caratteristiche:
la genuinità: ogni persona ha un sicuro intuito per riconoscere chi gli vuole bene davvero e sta volentieri con lui;
la comprensione empatica: la capacità cioè di immedesimarsi nell’altro per capirne il comportamento evitando di scambiare la diversità per inferiorità;
la perseveranza, indipendentemente dal risultato;
una solida maturità umana e cristiana;
una grande disponibilità all’accoglienza e alla comprensione;
una forte capacità di accettazione incondizionata dell’altro qualunque sia la sua situazione;
la disponibilità alla formazione per essere preparati a rispondere alle esigenze specifiche
L’opera del catechista non è mai solitaria. Nonostante l’abituale prassi nelle nostre parrocchie preveda di solito un unico/a catechista per gruppo, l’ideale sarebbe che fossero sempre almeno in due. Questo vale a maggior ragione quando nel gruppo è presente un ragazzo/a disabile.
E’ necessario inoltre tenere conto dei diversi livelli in cui si realizza il lavoro di équipe: oltre ai catechisti del gruppo, c’è l’équipe della fascia di età, e il gruppo di tutti i catechisti.
Soprattutto a livello di gruppo e di fascia è importante che tutti ci si senta coinvolti nel cammino di catechesi delle persone disabili inserite, anche se non ci si troverà sempre direttamente a vivere con queste persone.
Per quanto riguarda la catechesi e la sua preparazione, è molto importante che i catechisti coinvolti abbiano fatto oggetto della propria meditazione e del proprio vissuto l’idea da proporre ai ragazzi, lavorando in equipe, anche se composta di solo due persone, per un continuo confronto e verifica di come:
saper adeguatamente porsi in relazione con la persona disabile;
trovare le strategie di comunicazione che gli facciano sperimentare fiducia, accoglienza, rispetto;
definire obiettivi adeguati ai suoi bisogni formativi per vivere ed esprimere la sua fede;
individuare percorsi, mezzi e strumenti adeguati alle sue caratteristiche che si integrano a quelle del gruppo;
fare e pensare attività che tengano conto della realtà delle persone.
Tutto questo, valorizzando il fatto che la catechesi si inserisce in una rete di relazioni, in cui ogni occasione di confronto può essere utile: in primo luogo con la famiglia e con gli insegnanti, ma anche con «professionisti» che possano aiutarci a rispondere alle domande e alle difficoltà che incontriamo.
Il metodo in equipe richiede una disciplina di gruppo che permetta di rispettare e di scoprire la fede di ciascuno, ed è per questo senza dubbio il più efficace.
E’ bene che l’equipe sia formata da persone di provenienza e con esperienze e competenze personali e professionali diverse, presentando in sé il volto della chiesa (parrocchia) nella sua pluralità. Bisognerà però porre attenzione a che nessuno «domini» sugli altri.
Sarebbe bello, anche se non sempre possibile e se comporta qualche difficoltà, che dell’équipe facesse parte anche un disabile. Ciò aiuta i catechisti, poiché:
insegna a rispettare il ritmo spesso più lento della persona disabile;
fa scoprire momenti di vita, dimensioni umane che offrono il punto di partenza e di riferimento per l’annuncio.
L’equipe è Chiesa che trasmette la fede, e si impegna a rendere tutta la comunità partecipe dell’attività della catechesi. Per questo l’equipe è impegnata a:
La preparazione e realizzazione dell’incontro di catechesi richiede, soprattutto quando si è alle prime esperienze, anche alcune attenzioni pratiche che si possono rivelare molto utili:
un solo concetto per settimana (per far assimilare il contenuto di catechesi è bene riprendere l’argomento in altri momenti);
rendere concreto l’annuncio: poche parole, molte azioni.
giungere al luogo di incontro in anticipo, per verificare l’ambiente ed essere pronti ad accogliere le persone;
arrivare sempre agli incontri preparati (può essere buona norma quella di prepararsi anche scrivendo, per meglio presentare e confrontare con gli altri ciò che si è pensato);
dopo l’incontro è importante un momento di verifica tra i catechisti;
il momento catechistico (in senso stretto) all’interno dell’incontro non deve protrarsi oltre l’ora, per rispettare i tempi fisiologici di attenzione; è possibile evidentemente che l’incontro si protragga più a lungo con altre attività;
ogni catechista partecipa all’incontro in modo attivo, anche nel momento in cui il tema viene, con tecniche diverse, visualizzato, cioè riespresso attraverso immagini o rappresentazioni (o in altre forme). E’ importante che nessuno possa essere visto semplicemente come un «osservatore».
Un aspetto che merita attenzione è anche quello del «passaggio di consegne» quando cambia il/la catechista. E’ opportuno adottare tutte le forme che permettano di realizzarlo in modo non traumatico, eventualmente prevedendo un periodo di compresenza tra i vecchi e i nuovi catechisti, in modo da aiutare fin dall’inizio la crescita di relazioni positive.
Per «ambiente» non si intende naturalmente solo l’ambiente fisico. Chiunque, e in modo particolare una persona disabile, ha bisogno di un ambiente sereno, in cui sono proposte con fermezza amorosa alcune regole necessarie per il rispetto reciproco, e del Signore che è il centro dell’incontro.
La qualità dell’accoglienza è di importanza fondamentale così come la gioia e l’amicizia dovrebbero essere l’ambiente naturale in cui incontrarsi.
Il luogo della riunione dovrà essere piacevole e accogliente, deve consentire al ragazzo disabile di sentirsi a suo agio e trasmettergli un messaggio di sicurezza.
Un luogo adatto per una persona disabile è primario per il suo “ben-essere” e il “ben-vivere”. Mantenere sempre lo stesso luogo per il disabile è importante; cambiare spesso, comporta un continuo riadattamento e può creare delle difficoltà per la catechesi.
E’ importante che prima sia definito il luogo per la sua catechesi. Il luogo dove è svolta la catechesi non deve avere ulteriori modifiche, per evitare un disorientamento alla persona disabile. Il catechista se vorrà apportare delle modifiche, deve farlo non dimenticando di rendere partecipe e preparare la persona disabile affinché essa si trovi a suo agio.
Dovrà essere facilmente accessibile e senza possibilità di pericolo.
E’ normale e indispensabile che la catechesi avvenga attraverso un’esperienza comunitaria nell’ambito di un gruppo.
L’inserimento di un disabile all’interno di un gruppo di catechesi deve in ogni caso tenere presente che un solo catechista non può seguire gruppo e disabile: la cura specifica richiesta dalla persona con disabilità, assieme alla fatica di mantenere la calma nel gruppo, impedirebbero infatti il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
I catechisti responsabili del gruppo prepareranno gli incontri, adattandoli alle capacità intellettive del disabile.
Si suggeriscono alcune attenzioni:
il gruppo deve essere numericamente ristretto;
la presenza dei ragazzi disabili va differenziata e adattata alle loro possibilità, in quanto alcuni hanno una capacità limitata di attenzione altri invece riescono a seguire anche per tempi lunghi; l’indicazione abituale, di inserirne al massimo uno per gruppo, non deve essere presa come una regola rigida ma come punto di partenza per una valutazione attenta e rispettosa della persona e del gruppo (elementi come per esempio la composizione del gruppo, le relazioni di amicizia preesistenti, sono da considerare attentamente);
il gruppo va preparato all’accoglienza in modo che possa comprendere il significato di questa presenza; così il disabile dovrà essere preparato all’incontro con questi nuovi amici. Egli deve essere visto come persona avente i diritti e le necessità di qualsiasi credente.
quando nel gruppo è presente un ragazzo con disabilità intellettiva e/o motoria grave o con pluri-disabilità, può essere utile inizialmente il coinvolgimento e la presenza nel gruppo del genitore che conosce, interpreta e media la comunicazione del bambino e sa tradurre l’annuncio in espressioni adeguate alla sua comprensione;
molto utile è lo stretto coinvolgimento della famiglia nella conoscenza e nella condivisione del progetto educativo generale e quello dei giovani e degli animatori per dare continuità ai rapporti oltre agli anni dell’iniziazione cristiana, e favorirne l’inserimento nell’oratorio, o in altre realtà e gruppi parrocchiali e associativi.
Particolarmente importante è l’integrazione all’interno del gruppo. Sarà senza dubbio un’esperienza educativa per tutti.
Nella scoperta e nell’apertura a nuove relazioni personali, e nella partecipazione a modi nuovi di condividere con gli altri un cammino, egli conoscerà, nella sua vita, la «novità» della fede.
Il ruolo dei catechisti sarà fondamentale per aiutare ad accogliere questo nuovo amico all’interno del gruppo. Integrare significherà dare ad ognuno il posto giusto, valorizzando lo specifico di ciascuno e evitando di creare protagonismi o esclusioni. Ecco perché ogni catechista dovrà conoscere gli elementi fondamentali dell’ortopedagogia.
Non si può escludere a priori che in alcuni casi sia necessario realizzare momenti o periodi di catechesi individuale; o che si valuti opportuno attendere prima di realizzare l’integrazione. Il cammino di catechesi deve essere sempre pensato in riferimento alla singola persona. Per questo è importante che si instauri un clima di dialogo e di confronto assiduo e attento con la famiglia, gli insegnanti, i «professionisti», nonché all’interno dell’équipe e del gruppo più vasto dei catechisti. Sarà questo dialogo a permettere di trovare le vie e i modi per affrontare nel modo corretto le diverse situazioni, anche quelle apparentemente impossibili.
L’obiettivo dell’integrazione in un gruppo deve tuttavia rimanere sempre aperto e cercato.
E’ necessario cercare e scoprire le forme e i modi della comunicazione più adatti con l’aiuto della stessa famiglia o di specialisti senza arrendersi a ciò che a prima vista sembrerebbe impossibile. Anche con il disabile mentale è doveroso tentare tutti i mezzi (con suoni, colori, ritmi, espressioni corporee) per stabilire una relazione e per comunicare.
Per il disabile mentale risulta più connaturale una modalità che privilegi l’esperienza diretta, vissuta e comunicata attraverso elementi affettivo-emotivi. Va tenuto presente che chi ha difficoltà intellettive comprende ed usa poco il linguaggio verbale soprattutto nei suoi aspetti astratti o generali, mentre usa il linguaggio del corpo, della mimica e dell’immagine. Immagini e simboli, nella catechesi con persone disabili, sono importanti e il loro uso deve essere curato con attenzione, preparandosi adeguatamente.
Per quanto possibile, l’annuncio dovrà partire dalla vita e dall’esperienza, non da concetti astratti. Accanto ad un linguaggio molto semplice poi, è necessario ripetere più volte le stesse cose, per dare continuità alla comunicazione, richiamandola, rafforzandola e trasmettendo sicurezza. La cosa migliore è affrontare una nozione più volte, riconducendola sempre alle verità già acquisite, soprattutto al nocciolo delle verità essenziali.
Anche quando ogni sforzo comunicativo appare inutile c’è sempre quello che arriva attraverso i ritmi affettivi del cuore.
I disabili, anche quelli mentali gravi, possono scoprire che «Dio li ama», che «Dio è Padre», che «gli uomini sono fratelli», che «Dio privilegia i poveri e i piccoli», … attraverso i semplici e quotidiani gesti d’amore che ricevono.
L’uso di linguaggi alternativi è fondamentale anche per chi ha difficoltà sensoriali uditive anche se lo sviluppo del pensiero è regolare.
La comunicazione catechistica deve passare quindi attraverso precisi canali ed essere adeguata alla persona a cui si rivolge.
1. Formazione dei catechisti
2. Gruppi di catechesi
Di norma ragazzi e ragazze disabili siano inseriti in gruppi di loro coetanei, se possibile con la presenza di altri ragazzi/e che già conosce.
Il gruppo sia animato da una piccola “équipe” (almeno due persone).
I catechisti/e incaricati di questo gruppo abbiano un momento specifico di preparazione e di formazione, per permettere una attenzione particolare al tipo di disabilità con cui opereranno.
Grande attenzione deve essere posta al momento dell’inserimento, preparando sia il gruppo che la persona disabile.
3. Gli incontri di catechesi
Il ritmo degli incontri sia adatto e attento ai loro ritmi.
Nella preparazione dell’incontro, si curi l’attenzione al linguaggio e alla concretezza della comunicazione.
La famiglia sia valorizzata e aiutata a vivere insieme ai figli questo cammino.
Alcuni testi e materiali utili:
il Catechismo semplice pubblicato dalle Edizioni Dottrinari;
J. VANIER, Ho incontrato Gesù – mi ha detto “Ti voglio bene”, Messaggero, Padova 1988;
J. VANIER, Cammino con Gesù, Messaggero, Padova 1988;
C. CHIARAMONTE – M.G. GRAMBASSI – R. ZANELLA, E la vita esploderà. Guida e sussidi didattico-operativi, LDC, TO-Leumann 1988-1990 (è un testo pensato per l’insegnamento della religione nella scuola elementare, e può essere adattato alla catechesi);
Effatà, apriti: Vangelo secondo Marco, LDC, TO-Leumann 1997
Il testo biblico e i testi dei catechismi sono reperibili anche in braille.
Non c’è vita cristiana senza sacramenti. Essi illuminano la vita quotidiana, nutrono la fede e molto di più. E’ chiaro al proposito quanto afferma il Concilio Vaticano II:
I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede. Conferiscono la grazia, ma la loro celebrazione dispone anche molto bene i fedeli a ricevere con frutto la stessa grazia, ad onorare Dio in modo adeguato e ad esercitare la carità. […]
Pertanto la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia divina, che fluisce dal mistero pasquale della passione, morte e resurrezione di Cristo, mistero dal quale derivano la loro efficacia tutti i sacramenti e i sacramentali; e così ogni uso onesto delle cose materiali può essere indirizzato alla santificazione dell’uomo e alla lode di Dio.[17]
Discorso analogo e intimamente connesso a questo è quello relativo alla partecipazione liturgica, momento culminante della partecipazione alla vita della Chiesa. «E’ essenziale – scrive l’Episcopato Statunitense nel 1978 – che tutte le forme della liturgia siano completamente accessibili alle persone con disabilità, perché queste forme sono essenziali per un collegamento spirituale della comunità cristiana. Escludere alcuni membri della parrocchia da queste celebrazioni, che sono la vita stessa della Chiesa, significa negare la realtà di questa comunità»[18]. La liturgia è un’occasione privilegiata per far sentire le persone disabili parte viva del popolo di Dio, che prega, canta e fa festa. Occorre per questo, che nelle assemblee liturgiche esse trovino uno spazio fisico, affettivo e di ascolto.
Grazie alla fede e al Battesimo la persona disabile è un figlio di Dio che è chiamato come tutti a riunirsi in assemblea, lodare Dio nella Chiesa, prendere parte al Sacrificio e alla Cena del Signore[19]. E’ un “invitato alla Cena” essendo per grazia del Battesimo “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui”[20].
Celebrare l’Eucaristia con questi nostri fratelli vuol dire condividere l’Amore che Gesù ha per loro, farsi solidali con i loro problemi, lottare insieme per una vita serena e dignitosa; vuol dire scoprire i doni che Gesù fa loro, come a ciascuno, per il bene della comunità.
Ciò richiederà nella prassi abituale qualche attenzione, per permettere loro la «piena, attiva e cosciente partecipazione», secondo le loro capacità; in casi e momenti particolari potrà invece essere opportuno pensare e realizzare liturgie appositamente preparate. Quando si ravvisasse questa opportunità, è bene fare riferimento all’Ufficio Liturgico Diocesano.
Prima di essere “segni” dell’uomo, i sacramenti sono “segni” di Dio e della Chiesa:
segni dell’amore di Dio, che ama sempre ogni creatura prima ancora che questa possa riamarlo, anzi, anche quando questa lo rifiuta. Il suo amore poi, come testimonia la vita di Gesù, è orientato specialmente verso chi è già povero, più debole ed emarginato;
segni dell’amore della Chiesa, che si fa rivelazione dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con gesti concreti e profetici.
I sacramenti sono quindi i gesti di Cristo che si prolungano fino a noi attraverso la Chiesa[21] e nei quali accanto alla realtà di Cristo che si rende presente vi è quella dell’essere e della libertà umana, di una persona inserita in un contesto di rapporti.
Le note che seguono offrono alcune precisazioni riguardanti in particolare i sacramenti dell’iniziazione cristiana e del perdono[22]. E’ chiaro che, se i problemi legati alla legittimità e opportunità di una vita sacramentale per le persone disabili sono tutto sommato facilmente superabili, rimane aperta la necessaria attenzione a offrire sia adeguati cammini formativi sia celebrazioni che tengano conto delle caratteristiche delle persone[23].
La vita personale del bambino cresce e si sviluppa nella famiglia. Se la Chiesa battezza il bambino, senza chiedergli una adesione di tipo personale, libera e volontaria, lo fa nella fede della sua famiglia e della sua comunità. Perciò il fatto che non capisca non è motivo sufficiente per escluderlo: supplisce la fede dei genitori e della comunità.
Non c’è perciò nessuna ragione, se le condizioni richieste per il battesimo di qualsiasi bambino sono rispettate, di rifiutare il battesimo a qualcuno a motivo della sua disabilità.
Se invece il bambino non è stato battezzato da piccolo, i riferimenti normativi sono quelli contenuti nella nota pastorale della C.E.I. del 1999 Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni che, ai nn. 58 e 59 affronta esplicitamente il caso. Si tratta perciò di offrire alla persona candidata al battesimo quel contesto e quelle esperienze che costituiscano per lei l’educazione religiosa, anche minima, di cui è capace. Ciò significa che mai ci si dovrà accontentare di un nostro atteggiamento di accoglienza passiva. Si dovrà altresì tenere presente che “Il Battesimo è per sua natura ordinato al completamento crismale e alla pienezza sacramentale che si raggiunge con la partecipazione dell’Eucaristia” (n. 58).
Come il battesimo, la cresima non può, in linea di principio, essere rifiutata a nessun disabile mentale. Il codice di diritto canonico richiede di essere adeguatamente preparati, ben disposti e in grado di rinnovare le promesse battesimali (can. 889). Secondo i vescovi statunitensi «le persone che a causa di handicap di sviluppo mentale potrebbero non raggiungere l’uso della ragione devono essere incoraggiate sia direttamente sia, se necessario, attraverso genitori o tutori, a ricevere il sacramento della Cresima in tempo adatto»[24].
L’ammissione di queste persone alla Confermazione dovrà perciò essere legata non tanto a un’età prefissata quanto alla famiglia e alla comunità che si rendono garanti del cammino di fede del disabile, ed insieme si preparano all’incontro comunitario nella celebrazione.
La celebrazione dell’Eucaristia è il centro della vita cristiana, è il dono più grande fatto dal Signore ai discepoli. Ciò però non significa «fare della comunione eucaristica “lo scopo” della formazione religiosa»; un atteggiamento simile, infatti, «rischierebbe di falsare la prospettiva stessa di questa educazione. D’altra parte ci sembra normale che un giorno il disabile acceda all’eucaristia»[25]
Si tratta di evitare innanzitutto alcuni estremi:
quello di rifiutare ostinatamente l’Eucaristia con il pretesto “che non capisce abbastanza”;
quello di eliminare ogni preparazione negandogli la capacità di conoscere e amare Dio, se aiutato;
quello di chiedergli ciò che supera le sue capacità.
I canoni 912 e 913 del codice di diritto canonico richiedono che il bambino “capisca il mistero di Cristo secondo le sue possibilità e possa ricevere il Corpo del Signore con fede e devozione”. Ai bambini in pericolo di morte per ricevere la santa comunione è soltanto richiesto “di essere capaci di distinguere il Corpo di Cristo dall’alimentazione ordinaria e di ricevere la comunione con rispetto”[26]. Anche l’esperienza lungo la storia della chiesa testimonia un accesso alla comunione eucaristica ampio, in particolare in riferimento ai bambini piccoli. Questa consapevolezza però non significa né giustifica una rinuncia a una preparazione secondo le possibilità di ciascuno.
Alle comunità rimane il dovere di preparare pazientemente e seriamente anche i bambini disabili all’Eucaristia tenendo conto del loro sviluppo più lento.
E’ importante non spingerli troppo in fretta, anche se hanno passato l’età in cui gli altri normalmente sono ammessi alla piena partecipazione all’Eucaristia. La regolarità e la frequenza della partecipazione dovrà essere valutata in relazione alle situazioni particolari, che potranno suggerire di non insistere sulla comunione settimanale, o comunque frequente[27].
Si sente talvolta dire che le persone disabili mentali non hanno bisogno del sacramento della riconciliazione perché non commettono peccati o perché non hanno la capacità di riceverlo. Con questa mentalità si rischia di trascurare non solo il dono di grazia proprio del sacramento, ma anche la consapevolezza che queste persone sono in grado di raggiungere.
Trattare i disabili come persone responsabili, con la possibilità di cadere in errore, significa trattarli con la stima dovuta ad un essere umano. Negare questo, può significare negare la loro dignità di persone, oltre che negare loro un aiuto importante nel cammino di crescita spirituale.
La preparazione al sacramento del perdono per questi ragazzi è legata al loro sviluppo morale. Per questo il fattore più importante è senza dubbio l’esperienza, in famiglia prima e poi anche nella comunità parrocchiale (che si concretizza nel gruppo) dell’essere apprezzati e perdonati. Quando compie un atto buono, egli ha bisogno di ricevere una conferma, quando commette un errore, ha bisogno di sapere che può riparare ed essere perdonato. L’esperienza del perdono da parte di coloro che lo amano è modello e preparazione per il perdono di Dio, insistendo più sull’incoraggiamento che sui rimproveri. I rimproveri spaventano, creano ansia, senza contare che, a volte, il bambino viene rimproverato più per le cose che ci recano noia che per reali mancanze e, di conseguenza, tende a percepire come “molto cattivo” quello che è semplicemente fastidioso. Sarà importante portare il bambino, gradualmente a prendere coscienza della propria responsabilità così, di passo in passo, lo si aiuterà a formarsi una coscienza e a comportarsi in conformità; lo si aiuterà soprattutto a fare le cose per amore e con amore.
La celebrazione del sacramento a sua volta richiederà da parte del confessore l’abilità di adattarsi alle capacità e modalità di comunicazione della persona disabile. Come indicazione generale, è opportuno porsi, e porre le domande, in modo più positivo che negativo; e, in tutta la celebrazione, appaia questo come un sacramento che porta gioia a chi lo riceve[28].
Da quanto detto, è chiaro che l’ammissione ai sacramenti non è il problema, salvo casi molto particolari: al centro della nostra attenzione è però il diritto alla catechesi di tutte le persone.
La partecipazione alla liturgia delle persone disabili è un momento fondamentale della loro educazione alla fede. Ci si ricordi della loro presenza nel preparare liturgie e momenti celebrativi, sia quelli di tutta la comunità cristiana sia, a maggior ragione, quelli legati al cammino catechistico.
E’ molto importante aiutare anche ragazzi e ragazze disabili – come tutti gli altri – a riconoscere nei sacramenti momenti decisivi e fondamentali della vita cristiana.
I sacramenti dell’iniziazione cristiana siano amministrati alle persone disabili di norma in celebrazioni comunitarie nelle quali anche altri si accostano agli stessi sacramenti.
Si prenda in considerazione e si faccia uso delle ampie possibilità di adattamento che il Rituale Romano affida al presidente della celebrazione.
[1] VESCOVI DELL’EMILIA ROMAGNA, Documento pastorale L’accoglienza degli handicappati (collana Maestri della Fede), LDC, TO-Leumann, p. 14
[2] cfr. Libro sinodale, n° 69
[3] SEGRETERIA DI STATO, From the very beginning. Documento della Santa Sede a quanti si dedicano al servizio delle persone disabili per l’Anno Internazionale delle Persone Disabili, 4 marzo 1981; in EV 7, 1138-1170; qui 1169
[4] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post sinodale Catechesi Tradendae, 1979, n° 41
[5] ci sembra importante anche rinviare a quanto espresso recentemente dalla chiesa italiana all’interno della riflessione sulla catechesi e sul catecumenato dei fanciulli e dei ragazzi: UCN, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Nota per l’accoglienza e l’utilizzazione del catechismo della CEI, Roma 1991, n. 27; CONSIGLIO PERMANENTE CEI, L’iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, Roma 1999, n. 58-59.
[6] RdC 58
[7] From the very beginning, cit.; in EV 7/1156
[8] Ibid., in EV 7/1157
[9] Mt 11,5
[10] Mt 25,40
[11] cfr. Mt 25,31-46
[12] con ortopedagogia si intende l’intervento pedagogico esplicito, sul caso specifico, per giungere a un miglioramento della sua situazione di vita.
[13] RdC 125
[14] cfr. Lc 4,18
[15] anche il codice di diritto canonico si esprime in questa direzione: cfr. can 777 §4: il parroco deve curare che «l’istruzione catechetica si trasmessa anche a quelli che sono impediti nella mente o nel corpo, per quanto lo permette la loro condizione»
[16] RdC 75
[17] SC 59.61
[18] NCCB, Pastoral statement of U.S. Bishops on People with Disabilities, November 1978, n. 23
[19] cfr. SC 10
[20] 1Pt 2,9
[21] cfr. CCC 1115
[22] Riflessioni sul sacramento del matrimonio necessiterebbero di un ulteriore apposito approfondimento
[23] Sulla problematica dell’ammissione ai sacramenti, vedi anche L. GHIZZONI, Dare i sacramenti agli handicappati gravi? Un problema pastorale, in UCD PADOVA, La catechesi delle persone disabili. 1. Orientamenti e indicazioni metodologiche, pro manuscripto, Padova 2000, pp. 38-41.
[24] NCCB, Guidelines for the Celebration of the Sacraments with Persons with Disabilities, giugno 1995, n. 16
[25] H. BISSONNIER, La tua parola è per tutti. Catechesi e disabili, EDB, Bologna 1998, p. 63
[26] a questo proposito, è utile precisare che la distinzione tra il Corpo di Cristo e il pane normale non dipende solo dalla funzione cognitiva che permette il ragionamento astratto; molti disabili mentali, infatti, come i bambini piccoli, possono intuire la dimensione religiosa senza essere abili alla concettualizzazione. L’intuizione è in grado quindi di ampliare la ragione e sviluppare una vita di preghiera e un discernimento del sacramento che non è capace di esprimersi forse con parole ma con gesti e atteggiamenti, con un linguaggio comprensibile da chi gli sta più vicino, in modo particolare dalla famiglia; un linguaggio magari non abituale ma senza dubbio autentico.
[27] Alcuni testi utili per l’approfondimento:
DIOCESI DI MILANO – UFFICIO PER I SACRAMENTI E IL CULTO DIVINO, Istruzione sul ministero della comunione eucaristica, Milano 15 dicembre 1981, in “Rivista diocesana milanese” LXXIIII(1982) 164-172, in particolare 168; C. M. MARTINI, Omelia nell’incontro diocesano «Comunità cristiana – handicappati», Busto Arsizio, 27 marzo 1983, in “Rivista diocesana milanese” LXXV(1983) 487-492, specialmente 491-492; CONFERENZA EPISCOPALE STATUNITENSE, Direttive per la celebrazione dei sacramenti con persone disabili, 16 giugno 1995, n. 20.
[28] Alcuni testi utili per l’approfondimento:
H. BISSONNIER, La tua parola è per tutti. Catechesi e disabili, EDB, Bologna 1998, pp. 65-66; CONFERENZA EPISCOPALE STATUNITENSE, Direttive per la celebrazione dei sacramenti con persone disabili, 16 giugno 1995, n. 23.
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