Categories: Fede e Cultura

Antropologia della lontananza: abitare le distanze umane

In questo incontro, Don Luigi Maria Epicoco propone una visione antropologica della lontananza, superando la semplice interpretazione morale per abbracciare la dimensione umana e relazionale identificando tre forme principali di distacco: la lontananza esistenziale causata dal dolore e dalla solitudine, la mancanza di comunicazione derivante dall’assenza di linguaggi condivisi e, infine, la lontananza etica legata alle scelte personali.

Per colmare questi vuoti, Epicoco suggerisce che il Vangelo debba farsi prossimità fisica e presenza concreta, adattando i propri codici comunicativi alla contemporaneità per intercettare le ferite del cuore umano. In ultima analisi, la missione cristiana viene descritta come l’atto di farsi carico dell’isolamento altrui, trasformando la fede in un ponte che restituisce significato alle relazioni spezzate. Attraverso questa riflessione, emerge un invito a una Chiesa in uscita che sappia agire come coscienza critica e forza riparatrice nelle pieghe della storia personale di ognuno.

Trascrizione del video

Ecco la trascrizione del video di Don Luigi Maria Epicoco, strutturata con la corretta punteggiatura e suddivisa secondo i temi trattati:

Introduzione: Oltre la lettura moralistica

Mi piace pensare che noi abbiamo sempre bisogno di fare un passo indietro, cioè di capire quale uomo è nascosto dietro le nostre scelte e dietro il contesto attuale. Quando pensiamo alla lontananza, l’errore che spesso facciamo è darne una lettura esclusivamente moralistica, classificando le persone tra peccatori e giusti, credenti e non credenti. Tuttavia, a livello puramente umano, la lontananza è una questione centrale: l’Incarnazione stessa può essere definita come il tentativo di Dio di colmare una distanza, facendosi vicino all’uomo nello spazio e nel tempo.

Siamo, fondamentalmente, esseri relazionali. Questo non significa solo che sappiamo costruire rapporti, ma che ogni essere umano si aggrappa a un senso e a un significato mai nella solitudine, ma sempre in una relazione. La vita vale la pena solo se troviamo relazioni significative; pertanto, la lontananza in termini laici si verifica quando una persona non avverte più questo legame con il senso. Il Vangelo si rivolge esattamente a queste “malattie” relazionali.

La prima lontananza: La propria storia e la solitudine

Il primo tipo di lontananza che Gesù viene a colmare è quella causata dalla propria storia. Ognuno di noi può aver vissuto esperienze biografiche o familiari che hanno creato una distanza, facendoci perdere il desiderio di cambiamento o di felicità. Un esempio è Mosè, che prima della sua vocazione vive un equilibrio lontano dalla sua gente e dalla sua storia.

Spesso le persone sono ferite nelle relazioni primarie: se non hanno avuto un’esperienza sana di paternità, faticano a comprendere Dio come Padre. Questa lontananza esistenziale si accentua anche davanti a malattie o disgrazie che fanno sentire l’individuo “tagliato fuori”. In questi casi, il Vangelo non si annuncia con spiegazioni teoriche o catechesi, ma con la prossimità. La presenza fisica e la compassione sono l’unica risposta alla solitudine radicale. Il Vangelo deve essere “toccabile”, proprio come Gesù che, anche da risorto, mangiava e beveva con i suoi per mostrare la sua concretezza.

La seconda lontananza: La mancanza di comunicazione

La seconda forma di lontananza è la mancanza di comunicazione o di un “alfabeto” per esprimersi. Aiutare qualcuno a verbalizzare ciò che ha dentro significa esorcizzare il “demone muto”. La Chiesa ha sempre cercato linguaggi per trasmettere la fede, dall’arte alla musica.

Oggi, evangelizzare i lontani significa assumere l’alfabeto contemporaneo, inclusi i mondi virtuali e i social, senza snobbarli. Gesù stesso usava parabole legate all’immaginario dei pescatori (reti, barche) per farsi capire. La tecnologia non coincide necessariamente con la comunicazione se non colma una distanza reale. Dobbiamo “inculturarci”, entrando nell’immaginazione dell’uomo d’oggi, specialmente dei giovani, le cui categorie cambiano rapidissimamente. I “lontani” sono spesso coloro che non hanno più parole per dire la propria angoscia.

La terza lontananza: La dimensione morale e la coscienza

L’ultima è la lontananza morale, legata all’uso della nostra libertà e al peccato. Il peccato, come illustrato nella parabola del figliol prodigo, è una rottura relazionale che porta all’autodistruzione e alla perdita di significato, confondendo il piacere con la felicità.

Annunciare il Vangelo in questo contesto significa avere il coraggio di essere coscienza e offrire misericordia. La misericordia non è un semplice giudizio, ma l’incontro con qualcuno che ti toglie dall’irreversibilità delle tue azioni, come accadde al buon ladrone sulla croce. Un Vangelo che non diventa coscienza e profezia — denunciando anche le ingiustizie sociali e le strutture di peccato — non è il Vangelo di Gesù Cristo.

Conclusione: Un Cristianesimo missionario

Prendere sul serio questi tre livelli (presenza, comunicazione e coscienza) significa spalancare l’azione missionaria a tutti. Il cristianesimo rischia di ammalarsi se si chiude nelle proprie liturgie o convegni, autocompiacendosi senza preoccuparsi di chi è fuori. La categoria della lontananza ci ricorda che la vocazione cristiana è, per sua natura, missionaria: annunciare la buona novella partendo sempre dagli ultimi e dai più lontani.

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