Il commento al Vangelo di Luca (capitolo 12) di padre Alberto Maggi, ci invita a riscoprire la libertà dal possesso e la fiducia totale nel Padre, superando l’ansia paralizzante che nasce dall’avarizia e dall’attaccamento ai beni materiali. Gesù, parlando di sé come “Figlio dell’uomo”, propone un modello di umanità in condizione divina: una persona libera che non ha nessuno al di sopra di sé che gli imponga cosa fare, poiché la sua unica guida è un amore capace di farsi dono e servizio.
Gesù mette in guardia contro l’ipocrisia religiosa e la cupidigia, definendo l’eredità e l’accumulo di ricchezze come frutti di un’insaziabile bramosia che avvelena la vita. Chi ammassa beni non accumula vita, ma “tossine” che generano invidie e conflitti insanabili, persino tra fratelli. Nella celebre parabola del ricco stolto, Gesù definisce “folle” (o, in termini più coloriti, “coglione”) chi confida nei propri magazzini pieni: la vita di un uomo non dipende dai suoi possedimenti, ma da quanto è capace di donare. Per Gesù, si possiede veramente solo ciò che si è capaci di condividere; ciò che tratteniamo, invece, finisce per possedere noi.
Un tema centrale del discorso è l’esortazione a non essere “meteorizzati”, ovvero a non stare costantemente sulle spine o in ansia per le necessità quotidiane come il cibo o il vestito. Gesù invita a osservare i corvi e i gigli: se Dio si prende cura di creature considerate “impure” o di fiori effimeri, quanto più si occuperà dei suoi figli. Il credente non deve essere un soggetto passivo, ma deve occuparsi del mondo senza preoccuparsi, confidando nel fatto che il Padre sa già di cosa abbiamo bisogno.
Invece di affannarsi per i beni terreni, i discepoli sono chiamati a cercare il Regno di Dio, una società alternativa basata sulla condivisione generosa. In questa prospettiva, la generosità umana attiva una sorta di “misura divina” che restituisce sempre più di quanto donato. La vera libertà dal possesso e la fiducia si manifestano nell’atteggiamento del servizio, simboleggiato dalla “cintura ai fianchi” e dalle “lucerne accese”.
Il vertice di questo insegnamento si trova nel ribaltamento operato nell’Eucaristia: non è un rito che l’uomo offre a Dio, ma è il momento in cui il Signore stesso si fa servo, cingendosi le vesti per servire i suoi discepoli e purificarli. In questa comunità, non c’è posto per i “ricchi” che trattengono per sé, ma solo per i “signori” che sanno condividere tutto ciò che hanno.
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