Riccione, 18/07/2025 – Incontro pubblico organizzato dall’associazione culturale La Contea degli Insorgenti e dall’associazione culturale Pantòs, intitolato “L’arte della buona battaglia – la lotta tra il bene e il male nel cuore dell’uomo” con don Fabio Rosini. Introducono Saul Bazzotti e Andrea Rosati.
Il video presenta l’incontro con don Fabio Rosini, scrittore, biblista e collaboratore di Radio Vaticana, in occasione della presentazione del suo libro “L’arte della buona battaglia: la lotta tra il bene e il male nel cuore dell’uomo”. Il libro nasce da trent’anni di esperienza nell’educazione cristiana rivolta a giovani e adulti, offrendo un aiuto per vivere con libertà interiore e fede.
Il testo è preceduto da un podcast di don Fabio sui “pensieri malvagi” e ha lo scopo di ribaltare la prospettiva con cui si guarda al male e al peccato. In una società che spesso non ammette il male o lo colloca sempre “fuori di sé”, don Fabio invita a riconoscere le proprie mancanze e miserie, e che i nostri pensieri e azioni sono spesso frutto di “pensieri malvagi” che il diavolo istilla nei nostri cuori.
Don Fabio introduce il concetto degli “otto pensieri maligni” (o “logismoi”) dei monaci orientali, in particolare di Evagrio Pontico, distinguendoli dai tradizionali “sette peccati capitali” di San Gregorio Magno. Mentre Gregorio Magno elenca i vizi come “atti oggettivi” (un’analisi a valle del comportamento), i monaci orientali si concentrano sull’origine del male nel cuore dell’uomo (un’analisi a monte), cercando di capire “da dove è nato” un comportamento distruttivo. Un esempio di pensiero che scompare nell’elenco occidentale è la tristezza, che gli orientali consideravano una radice profonda del male, non un semplice atto.
La radice di ogni male nel cuore dell’uomo, secondo gli orientali, è la “filautia”, ovvero la predilezione o l’amor proprio distorto. Questa deriva dall’orrore del vuoto e dalla paura, in particolare la paura di essere abbandonati e di affrontare l’ignoto, una paura che affonda le radici nel momento della nascita. La filautia è un “narcisismo latente” che infetta atti, pensieri, sentimenti e decisioni, dimostrandosi una scorciatoia verso l’infelicità e la solitudine.
Le passioni, generate dalla filautia, si sviluppano su diversi livelli:
Il libro, però, non si limita a descrivere il peccato, ma si concentra sull’uscita da questa schiavitù verso la libertà, la bellezza e l’allegria. Un punto focale è l’idea che “per fare un santo ci vuole un peccatore”. I peccati non sono solo tragedie, ma “doni di Dio che hanno preso la strada sbagliata” o “bersagli mancati”. Sotto ogni peccato si nasconde una grazia:
Il cammino di santità richiede di odiare il peccato e di scoprire qualcosa di più amabile del peccato, uscendo non per perfezionismo, ma per apertura all’amore. La preghiera della “buona battaglia” al termine del libro chiede misericordia per ogni vizio, con l’obiettivo finale di ottenere l’umiltà della misericordia. Don Fabio conclude invitando a credere nella propria bellezza, nella bellezza degli altri e a insegnare a valorizzarla, perché in ogni persona c’è un mistero grandioso e meraviglioso da scoprire.
Certamente! Ecco la trascrizione del video con la corretta punteggiatura e le parti più importanti in grassetto, secondo le fonti fornite:
Buonasera a tutti, benvenuti a questa sera. Vi ringrazio a nome dell’Associazione Pantos per la vostra presenza così numerosa. Come avrete notato nei volantini, l’incontro di questa sera è stato organizzato dall’Associazione Pantos assieme agli amici dell’Associazione La Contea degli Insorgenti. Siamo molto contenti di questa collaborazione. Ringrazio fin d’ora i membri del direttivo dell’Associazione Pantos e dell’Associazione La Contea degli Insorgenti per l’impegno profuso per l’organizzazione di questa serata. Ringraziamo l’Amministrazione Comunale di Riccione per il patrocinio concesso. Ringraziamo anche il nostro parroco Don Stefano perché ci ha dato questa bella opportunità.
Abbiamo con noi questa sera Don Fabio Rosini, scrittore, biblista, collaboratore di Radio Vaticana. Don Fabio non ha certo bisogno di presentazioni, essendo noto da tempo per le sue catechesi e i suoi libri. Siamo davvero grati a Don Fabio per la sua disponibilità e per essere qui questa sera. Il titolo dell’incontro corrisponde al titolo del libro, uno dei tanti libri di Don Fabio, che si chiama “L’arte della buona battaglia: la lotta tra il bene e il male nel cuore dell’uomo”. Il libro nasce da trent’anni di esperienza nell’educazione cristiana rivolta sia ai giovani che agli adulti. L’autore, dopo tante esperienze e riflessioni personali, offre questo testo come aiuto per vivere con libertà interiore e fede. Come avrete visto arrivando, sono stati organizzati dei tavoli dove sarà possibile acquistare questo libro. Credo che sia molto importante, dopo aver ascoltato quello che ci dirà Don Fabio questa sera, poter approfondire con la lettura di questo libro.
Ora passo la parola ad Andrea Rosati, presidente dell’Associazione La Contea degli Insorgenti, che farà una breve introduzione sulle ragioni per cui si è pensato a questo incontro, dopodiché daremo la parola a Don Fabio. Grazie a tutti.
Buonasera a tutti, grazie Saul e grazie a tutta la Pantos per la collaborazione di questi giorni. Prendo solo qualche minuto per raccontare da dove nasce la presentazione di questo libro e testimoniare quanto bene può nascere dal prendere sul serio la battaglia che Don Fabio propone in questo libro. Devo per prima cosa ringraziare Don Stefano, il parroco di questa parrocchia, che è anche il mio parroco, per l’ospitalità, per questo spazio e perché tempo fa mi consigliò di ascoltare il podcast di Don Fabio sui pensieri malvagi, che è poi precedente a questo libro e ne è all’origine. Chi di noi ha ascoltato il podcast o letto il libro che oggi presentiamo ha sicuramente vissuto un’esperienza molto forte e toccante che ribalta la prospettiva dello sguardo su se stessi e chiede la nostra disponibilità a cambiare la vita.
Ribalta innanzitutto la visione che si ha del male e del proprio peccato. Viviamo in una società e siamo in una cultura che non ammette il male e, se esiste, è sempre fuori di me. Non ci sembra di fare niente di male, ma facciamo quello che ci viene spontaneo, quello che sentiamo o ci va o quello che riusciamo a fare con il nostro carattere. Allo stesso tempo, però, siamo bravissimi a vedere il male che riceviamo, il male che fanno gli altri. Il primo passo che Don Fabio propone è quello di iniziare a vedere le nostre mancanze, le nostre miserie e riconoscere che i nostri pensieri e il nostro agire spesso sono frutto del seguire i pensieri malvagi che il male, il diavolo, instilla nei nostri cuori. Leggendo il libro, quindi, ci siamo ritrovati in tutti i vizi, uno per uno, e ci siamo ritrovati da autosufficienti a estremamente bisognosi, estremamente bisognosi di qualcuno che ci togliesse dal nostro orgoglio, di qualcuno che ci togliesse dalla dinamica dell’essere o perfetti e senza macchia o irrimediabilmente sbagliati.
Il secondo punto e ultimo che volevo testimoniare è la possibilità della battaglia, la possibilità di iniziare una buona battaglia con questi pensieri malvagi. Don Fabio, infatti, suggerisce le virtù da porre ad ogni vizio e gli strumenti per lottare contro le proprie miserie, strumenti che sono radicati nella tradizione della Chiesa come la preghiera, il digiuno e tanti altri, e che ci avvicinano ai vari santi che ci hanno preceduto in questa battaglia. Don Fabio poi mostra come in Gesù Cristo troviamo l’esempio, l’incarnazione perfettissima di tutto ciò che di buono l’uomo può fare ed essere, come nel seguire Cristo e la sua Chiesa si trovi la chiave per vivere la vera libertà, la vera felicità, il vero amore, la vera carità. Uno dei libri più antichi di spiritualità cristiana si chiama “L’imitazione di Cristo”. Ecco, iniziando questa battaglia ci sembra possibile ciò che prima sembrava impossibile: imitare Cristo. Questo è solo qualche accenno veloce a quanto di bello, di buono e di vero abbiamo trovato in questo tuo lavoro, Don Fabio, e il perché abbiamo voluto chiedere di presentarlo a tutti. Per cui ti passo volentieri la parola e ti ringrazio ancora per la tua disponibilità.
(Don Fabio)
Bentrovati! Spero di saper, diciamo così, approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà questa sera per fare qualcosa che serva a tutti, cioè presentare un libro. Che cos’è fare il merchandising del libro? No? Allora il libro c’ha uno scopo e questo scopo si persegue in varie maniere: o leggendolo o innescando quella dinamica che dal libro dovrebbe partire, dal libro dovrebbe essere, diciamo così, nascosta. Ecco, allora vediamo un po’ di capire. Il libro si chiama… il sottotitolo, mi dicono che l’avete cambiato, non so perché cambiate quello che vi pare, tra l’altro non c’ho niente da rendere.
Allora, gli otto pensieri maligni. Dice: “Ma i peccati capitali non erano sette? Hanno cambiato la geografia? Hanno cambiato i capitali?”. Allora, qual è il problema? Perché sette peccati capitali sono una definizione che viene da San Gregorio Magno. Gregorio Magno è un Papa che non capisco perché non ci fanno un film sopra, perché ha avuto una vita pazzesca, ha combattuto coi barbari, ha fatto un sacco di cose, ed era il primo Papa veramente di, diciamo così, di estensione del mondo conosciuto. Per cui aveva un compito che era quello di insegnare, di dare dei punti di riferimento. E allora prende, essendo stato un monaco benedettino, cioè allievo di San Benedetto da Norcia e quindi allievo remoto dei monaci egiziani orientali, Sant’Antonio Abate, no? Ecco, quello che combatte nel deserto col demonio e tutte ste robe qua. E che sono questi asceti orientali che prendono e, quando il cristianesimo ormai è diventato metropolitano, se ne vanno nel deserto a proseguire, diciamo, l’avventura. Cioè, se ne vanno lì dove la battaglia ferve di più, dove è più difficile, diciamo così, vincere, perché gli sembra troppo facile vivere in città. Allora si rendono la vita un po’ più complicata, più che altro perché si rendono conto che il cristianesimo sta vivendo una cosa che poi tutto sommato è anche attuale, questo discorso: sta diventando annacquato.
Cioè, io recentemente ho dovuto intervenire, sono dovuto intervenire in una presentazione di una… Perdonatemi, so vecchietto, per due parole non so che sto a fa’, non so che sto a fa’ qui, cioè, perché sto qua? Ecco, mi capita spesso, allora. Cioè, è stata presentata una statistica elaborata dal Censis per cui praticamente è stato detto che l’80% degli italiani si definisce cattolico. Dico: “Eh, ma se’ dove stanno sti cattolici? Cioè, non li ho visti!”. E infatti, dentro questa cosa, una quantità enorme che va a diventare il 55% degli italiani si definisce cattolico ma non crede e non frequenta. Cioè, “cattolico”, lo definiscono “la zona grigia”. E c’erano gli studiosi lì della faccenda che dicevano: “Beh, questo è un bel segno, perché vuol dire che comunque in una qualche maniera fanno riferimento al, diciamo così, a Dio, in qualche maniera al cristianesimo”. Ecco, se questo è… cioè, non lo so, questi sono diversamente cristiani. Non so, cioè… e sapete, io so’ di Roma, se sente, no? Ecco, è come se quelli della Lazio sono diversamente romanisti. Mi dispiace, ma io sono romanista, non mi quadra il discorso, cioè, non mi sembra, ecco. Allora, allora so’ diversamente laziale pure io che poi no, cioè.
Allora, che cosa è il cristianesimo? Ormai, che cosa è diventato? Cioè, pare che essere cristiani vuol dire che tu hai seguito tutte le puntate integrali di Don Matteo e quello è il massimo del cristianesimo che hai. Ecco, se questo è il cristianesimo, dobbiamo scappare prima possibile, andare via nel deserto, andare da qualche parte. Era questa la sensibilità di Antonio e degli altri di Evagrio Pontico, che è il padre del deserto che io analizzo nel libro, che dice delle cose geniali ed è lui che ha organizzato gli otto logismoi. Ora spiego di che si tratta. E praticamente, che succede? E loro hanno questa sapienza. E San Benedetto da Norcia che scopiazza parecchio dai monaci orientali, cosa fa? Cioè, dà una… un impianto, diciamo così, spirituale sulla base di questa spiritualità del “Dio ci salvi da Don Matteo”. E questo è il punto. E conseguentemente, quando Gregorio Magno deve presentare a tutti la dottrina, che è la… l’intuizioni, la profondità, l’antropologia, lo scandaglio profondo che i monaci stanno a combattere con la solitudine, con se stessi, con nelle relazioni rarefatte e quindi anche qualitativamente molto, molto serie, molto complicate, ecco. Loro avevano identificato otto origini del male nel cuore dell’uomo e lui invece ne fa sette. Perché? Perché riduce. Perché, sai com’è, ci sono certi peccati che fanno solamente gli orientali, noi occidentali non facciamo.
Cioè, qual è il pensiero, il peccato, il vizio che sparisce nell’elenco? Perché, logicamente, se da otto diventano sette ce n’è uno che non è tornato a casa. Ecco, ma qual è quello che resta fuori? Sarebbe il peccato della tristezza, che infatti noi restiamo un po’ così, perché “che è sta strada? Peccato della tristezza”. Questo cosa sarebbe? Infatti noi non lo abbiamo nel nostro elenco occidentale latino, perché di fatto il buon Gregorio Magno elenca i vizi. Vizio: è un atto oggettivo. La ripetizione di un atto positivo, dall’abitudine all’atto positivo, quello si chiama virtù. La ripetizione di un atto negativo, cioè ti abitui a non dire la verità, ti abitui a essere un po’ disonesto sul lavoro, ti abitui… All’inizio la prima volta che lo fai, come la prima volta che un bambino racconta una bugia, gli batte il cuoricino, “Ti ho detto una bugia!”. Si fa la seconda volta, già è più facile, la terza volta lo fa per sport proprio, gli frega più niente. L’habitus, l’abitudine al ripetere un atto negativo, diventa vizio. Cioè, sei viziato, ti viene così, viene naturale, no? Cioè, spontaneamente menti e cose di questo genere.
E allora sono atti oggettivi, perché possiamo riconoscere cos’è un atto di superbia, grosso modo. Se abbiamo una dimensione oggettiva, per cui uno si comporta superbo, è antipatico, si vede subito superbo, no? E possiamo capire che cos’è l’invidia, la rivalità, la competitività spinta fino al disastro delle relazioni umane. Possiamo capire cos’è l’avarizia, no? Ecco. Però c’è un problema: la tristezza non è un atto. Tu dici: “Ma questo è un motore per gli atti”. Per questo Gregorio Magno la toglie, perché dice: “No, è dentro l’invidia grosso modo ed è dentro la pigrizia”, cioè lo cerca di metterlo dentro altre cose, l’accidia e cose di sto genere. E noi ne perdiamo, perché non è un atto che tu dici “È questo, è questo qua, questo che peccato è? Un peccato di tristezza”. No, non… Ma Evagrio Pontico fa una cosa molto diversa.
I monaci orientali fanno una cosa molto diversa, mi spiego. Cioè, cosa deve fare il buon Gregorio Magno per educare una sterminata quantità di persone? Dargli dei parametri oggettivi. Qui, essendo oggettivo, va a valle, ai risultati. Va a vedere, diciamo così, che frutto è. Cioè, quando uno è superbo, cosa finisce per fare? Riconosci. È come se c’avessimo i parametri delle analisi del sangue, no? Le analisi del sangue dicono se c’hai, che ne so, 150 di glicemia, bello, so’ bello zuccherino. Va bene? No, il massimo è 110, mi dicono, ecco. Allora no, non funziona così. Metti i parametri. Cioè, quando ti comporti così, questo è… è un vizio, è una cosa, hai preso una brutta abitudine, ti stai distruggendo la vita.
Ecco, ma la tristezza non si riesce a identificare facilmente in questo senso. E invece questo è analizzare la vita a valle. Cioè, è come se, sempre e comunque, tu per capire quello che stai combinando, qual è la realtà della tua vita, guardi i risultati. Una… una forma di efficientismo spirituale per cui tu devi vedere quali sono i risultati oggettivi, cosa su cui poi peraltro ci si può deprimere parecchio. Molto spesso, a Roma, che succede? Succede così, no? Ci stanno i partiti, ecco. E gli orientali sono un pochino più profondi, tendono a essere più interiori. Cioè, non si chiedono qual è l’atto sbagliato, il vizio; si chiedono da dove è nato, cioè, come è partito. Come mai mi sto a comportare così? Come mai io… cioè, capite, a Roma il Tevere fa schifo, è proprio zozzo, cioè non si può guardare. E non lo possiamo pulire noi a Roma. A Roma arriva già sporco. Se le cose non le addrizzi a monte, è inutile che le addrizzi a valle. Cioè, è una cosa tipica, cioè che la gente cerca di, come dire, di aggiustare l’atteggiamento di un adolescente, no? Che si comporta in maniera magari sbagliata. Può capitare a qualche adolescente. Mamme, accettatelo, vostro figlio può fare qualcosa di sbagliato, può non essere sempre… non può… può non avere sempre ragione. Non è vero che devi usare il bazooka per i professori e sparargli quando contestano tuo figlio. Forse in tuo figlio c’è qualcosa di contestabile, può succedere, capito? Oggi c’abbiamo le mamme che sono terribili, so’ iene, sono… so’ cose. La definizione più esatta di un… di inferno è la chat delle mamme della scuola, quella di…
inferno, ecco, ok. Allora, hai capito bene. Conseguentemente, dove stavo? Chi sono? Nel senso, la mia vita, dove vado? Perché sto qui? Chi siete voi? Allora, sta di… mi ricordo più. Tevere a valle, a monte. Ecco, a valle, a monte. Cioè, se tuo figlio si comporta male, lui dice “Non fare questo”. Eh, il problema è che lui ci arriva a fare quello. Quello è un risultato, un atto sbagliato, un atto di non amore, che è una definizione del peccato abbastanza buona. Un atto di non amore ha una storia, ha un’origine. Cioè, è inutile che, se tu hai, che ne so, un eritema, semplicemente metti, ti prendi il cortisone e togli l’eritema. Forse c’ha un motivo quell’eritema, forse viene da una malattia, forse viene da una intolleranza, forse viene da qualche cosa. Devi tollerare l’origine. Se una barca si sta riempendo d’acqua, è inutile che metti in piedi un sistema di pompaggio fuori dell’acqua, è meglio che trovi la falla, la chiudi. Da dove parte una cosa? Da dove nasce? Come è originato il male dentro il nostro cuore? Un po’ questo è il punto. Cioè, capire qual è la geografia interiore di una… di una… di un atteggiamento distruttivo, di un atteggiamento che rovina la vita, di un… di un… di un servilismo sbagliato o di un’aggressività, di un dispotismo deprecabile e cose di questo genere. Da dove nasce? Bisogna capire.
Oh, due spiccioli di psicologia non servono a nessuno, no? Noi siamo in un’epoca psicologizzata, per cui c’è questa psicologia da quattro soldi, da test estivo del… del giornale, da parrucchiere, per cui sei un maniaco sessuale oppure no. E tu fai, rispondi alle domande, sì, sei un maniaco sessuale, mo’ che fai? Ne spari? Non lo so, che fai? Ecco. Ti piace il giallo o ti piace il verde? Oppure, come dicevano un tempo al test dei tre giorni: “Ti piacciono i fiori? Vorresti fare il fioraio?”. Allora, evidentemente, tu hai delle inclinazioni di un certo tipo. C’è qualcosa che non quadra in questo discorso. Allora, come nascono i nostri problemi? Come nasce la nostra raffinata capacità di rovinarci la vita, di rovinarci le relazioni, di stare male con gli altri? Perché stare bene con gli altri è il Sacro Graal dell’esistenza, è il punto d’arrivo, è la cosa più importante. Come mai che… come mai stiamo male con gli altri? C’è qualcosa. Ecco, infatti, nella Bibbia, per scoprire, per svelare, rivelare il male, il malessere, l’infelicità dell’uomo, si parte dal racconto di una menzogna, di una balla che qualcuno crede.
Qualcuno credendo a quella balla, cioè, sapete come si fa a mandare fuori mira un’intera generazione? Gli si dà un’informazione sbagliata. Sapete che oggi il potere è il potere di informazione? Cioè, se chi ha in mano le informazioni e comunica certe cose, non c’è niente da fare, cioè tutti quanti crederemo certe cose. Se tutti ci convinciamo che è una cosa buona avere la glicemia a 150, moriremo tutti di diabetico, moriremo tutti che le piedi del diabetico non c’avremo più le sensibilità agli arti, cose di questo genere. Perché se stiamo così male, non sarà che c’abbiamo qualche idea sbagliata per la capoccia? Mi spiego? Non è che culturalmente la nostra cultura c’ha qualche cosa di bacato dentro? Non è che c’abbiamo un’antropologia che non può che produrre infelicità? Se i giovani, se i nostri giovani stanno così male, ma così male, soffrono così tanto… io normalmente mi occupo, finché boh, me lo faranno fare, non lo so se adesso me lo fanno fare ancora, ma mi occupo di giovani, no? Ecco, se sono così involuti, così infelici, così autodistruttivi, così slegati dalla felicità, lontani dalla pace, cioè deve essere qualcosa che… che non quadra, no? Cioè, non può essere che non funzioni. È come se un gatto non miagola. Eh, questo qualcuno l’ha convinto che il miagolare fa male, lui non miagola, che ne so io.
Mi diverto, per esempio, a fare controinformazione con i giovani, no? Per esempio, i nostri giovani crescono e hanno un’idea del mondo che è un posto sicuro, pulito, con un futuro certo. No, vero? Cioè, i giovani pensano… La pandemia, logicamente, non ha scritto niente dentro di loro, questa paura terribile che abbiamo instillato in loro, cioè pure stringere la mano a papà era una cosa pericolosa, ti dovevi sanificare sempre e comunque. Cioè, siamo stati sottoposti a un esperimento sociale devastante che ha prodotto un mare di malessere e questi ragazzi hanno in testa qualcosa di sbagliato, di falso. Faccio un esempio stupido e paradossale e criticabile, non lo difendo a spada tratta, però per dire una cosa.
Sono figlio di un meteorologo, mio padre Ezio Rosini è stato fra i primi ad applicare la statistica allo studio dell’atmosfera, rilevando così che c’erano delle ciclicità e delle ripetitività. Infatti, le previsioni del tempo sono modelli statistici applicati, cioè dovrebbe succedere così. Resta epica una cartolina meravigliosa che ci mandò quando stava impiantando la prima stazione di rilevamento meteorologico della Valle d’Aosta. Ci mandò una cartolina, una bellissima foto della Valle d’Aosta, Monte Bianco, non so che cos’era, e scrive a sua moglie e a noi, suoi figli: “Antonietta e figli cari, stiamo finendo l’installazione della stazione, della prima stazione meteorologica della Val d’Aosta. I contadini dicono che il tempo dovrebbe reggere”. Lui a ridere come pazzi in due. “Ma scusa, ma fai il meteorologo! Stai lì, amico di Bernacca”, per chi si ricorda chi era Bernacca. A casa mia capitava questo personaggio così, no? Cioè, le previsioni del tempo così, i contadini… E certo che i contadini c’hanno una statistica nell’esperienza, cioè sanno: “Ma qui… ma sa che il tempo non regge?”. Perché? Perché ne hanno visti tanti dei tempi di quel genere, no? E quella è la statistica. Ecco, appunto, c’è… dice: “Ma quel ricordo, quando tornò a noi che ridevamo, ma che hai scritto, cioè, ma come sarebbe, in cont?”. Eh, quelli lo sanno più di noi, perché noi c’abbiamo una relazione che è fatta sulla base di oggettivi dati. Che quando sono stati misurati con l’oggettività, quando dicono: “Questa è l’estate più calda degli ultimi 300 anni”, ma quando mai hanno rilevato la temperatura con termometri oggettivamente riscontrabili come affidabili? Voi sapete che il ‘900 è stato il tempo in cui abbiamo finalmente messo in discussione il positivismo. Il positivismo è quella cosa di fine ‘800 da cui è nata la psicanalisi, da cui sono nate un sacco di cose, per cui un’affermazione scientifica, che vuol dire “scientifico”? Che vuol dire? Ecco, sto facendo un’opera di destabilizzazione in questo momento. Scientifico, di sicuro, no. Anche c’è… tocca sentire certi preti che dicono sta cavolata: “Questo è scientifico!”. Ma sai che vuol dire che una cosa è scientifica? Cioè, capite, io c’ho i miei traumi, no? La mia vita è stata così. Cioè, mio papà veniva a letto, mi rimboccava le coperte e mi parlava e mi raccontava e mi spiegava il principio di indecidibilità di Gödel. Voi capite i miei problemi, insomma. Ecco, ricordo che finito: “Fabietto, no, ma è bellissimo!”. Cioè, sapevo…
…sapevo che era mio papà che parlava con me, era bello che mio papà stesse con me, no? Era bellissimo questo atto di rimboccare le coperte, no? Il teorema dell’indecidibilità di Gödel, per cui Gödel, insieme a Einstein e Heisenberg, fanno saltare per aria la definizione di scientifico. Cioè, scientifico non è ciò che è certo e inconfutabile, anzi, al contrario, sarebbe ciò che è falsificabile. Mi dovrei mettere a spiegare Popper, ma non è il caso, ecco. Per qualcuno di voi che ha studiato ste cose, capite che sto dicendo. Cioè, c’è qualcuno di voi che ha… si è laureato in fisica o cose di questo genere, o ingegneria, ste cose qua, insomma. Capite quello che sto dicendo, no? Che non sto dicendo cose campate per aria. Dice: “Ma un prete de ste cose? Ma che vuoi fa’?”. Cioè, allora, scientifico è ciò che è verificabile, ciò che quindi è falsificabile, è contestabile, mi dà i dati. Questo è scientifico, quindi, pronto a essere superato, pronto a essere, appunto, falsificato.
Faccio un esempio: la teoria dell’evoluzione di Darwin è scientifica? Qualche dotto che risponda. No, perché? Perché non si può ripetere l’esperimento. Cioè, se tu dici che è successo questo, cioè l’uomo discende dalla scimmia, la scimmia discende dall’albero, no? Cioè, queste cose qua che succedono. Allora, qual è il punto? Si può ripetere l’esperimento? No, perché dovremmo cambiare molte volte gli spettatori, cioè millenni che passano per vedere come da un cormorano corbenco, così, poi arriva… arriva boh, non so, il pappagallo, e poi dopo il pappagallo arriva il… che ne so, il provolone, che ne so cosa arriva, ecco. Insomma, per dire: scientifico è ciò che può essere ripetuto secondo il metodo di Galileo Galilei. Perdonate, ma lo scrivo anche in un libro che sto scrivendo adesso, è una cosa particolarmente gustosa, quasi. Cioè, mi devo confessare, perché io, come prete, in nome di Galileo Galilei, sto contestando la scienza, insomma. E questi sono soddisfazioni gattari e… cioè, devo andare a chiedere perdono insomma a qualcuno. Ecco, vabbè, sorvoliamo.
Allora, qual è il punto? Che noi, cioè, abbiamo delle certezze. Avete visto quel film molto interessante, Inception? Sì? Quello che c’è, che c’ha Leonardo Di Caprio, no? Che è capace di inserire un pensiero dentro un tipo che quello si convince che quella cosa è sua. E quindi, ecco, sei sicuro che i tuoi pensieri sono tuoi? Siete sicuri che i vostri pensieri sono i vostri? Li avete generati voi? Siete sicuri di non essere oggetto di una manipolazione comunicativa? Chi ha il potere oggi ha il potere comunicativo. Le informazioni sono il vero potere.
Ecco, in questi giorni siamo stati a San Marino con un gruppo di preti, alcuni sono qui, a ragionare un po’ su come non far scappare la gente dalla Chiesa predicando. Cioè, fondamentalmente era questa la cosa che dovevamo vedere insieme con loro. Ecco, come non proprio far andare via, insomma, quei pochi che sono rimasti, insomma, no? Ecco. E perché sto dicendo questo? Perdo il filo della… perché sono… sicuri che i pensieri… ecco, sì, che i pensieri sono i nostri. Cioè, voi pensate, l’intelligenza artificiale, no? È la stupidità artificiale. Perché la definizione di algoritmo che domina è una cosa predeterminata. Il grande Giorgio Nardone, che è un grande psicoterapeuta italiano di fama mondiale, in realtà grande allievo di Watzlawick, quello della scuola di Palo Alto, dice che la stupidità… cos’è la stupidità? È avere la certezza di avere la soluzione a tutto. Questo è lo stupido. Lo stupido c’ha le soluzioni a tutto, e notare bene che la sua soluzione è sempre la stessa. Una volta gli ha funzionato qualcosa, bene, e allora applica questa soluzione ad ogni tipo di argomento. Mo’ gli vuoi… paesi? Ti voglio… tutte le cose così. C’ha un principio, c’ha una… è un grossolano, questo è lo stupido, una stupidità strategica. C’è un libro interessantissimo da leggere di questo Giorgio Nardone, per cui tu ti convinci che una cosa hai fatto così e può essere anche un cristiano questo, uno che si presenta con quattro cose, cioè si presenta il catechismo di Pio X, cioè santo catechismo, di essere perfettismo creatore del cielo. Non ti so dire altro. Per cui è chiaro che, cioè, io ragiono in maniera un po’ rigida e mi pongo davanti a te in questa maniera avendo delle risposte prefabbricate che sono sempre le stesse. E come gestisci l’articolatissimo, complicatissimo rapporto fra moglie e marito con queste quattro idee certe, chiare e distinte cartesiane? Come tu dici sempre le stesse cose e qualcosa non quadra. Ecco, si insediano in noi delle menzogne.
Faccio, appunto, stavo… perché ero partito, castro, del mio padre che era meteorologo. Perché, per esempio, io mi glorio di avere nell’équipe che insieme a me prepara gli sposi per il matrimonio, una sismologa, premiata come fra i migliori studiosi italiani qualche anno fa dal presidente Mattarella. E lei mi conforta con i dati rispetto a quanto vi sto dicendo. Noi abbiamo il problema del riscaldamento globale, no? Ecco. Allora, i ragazzi di oggi sono un po’ angosciati su sta cosa qua, no? Ci sarà un futuro o bolliremo tutti, come la storia della rana nell’acqua che scaldi l’acqua, usi la rana e poi saremo tutte rane bollite. Alcuni come me sono già bolliti di partenza, ma insomma, è un altro discorso, fulminati, un po’ come si dice a Roma, ecco. Ma andiamo verso un mondo sempre più caldo, sempre più… alla faccia della serata bellissima che stasera si sta benissimo qua, cioè l’anno… l’anno scorso a questi tempi si stava caldissimi. Per cui può essere certo che sarà caldo per forza. Però sapete che c’è stato un anno, il 1800… 17? 15? 15, grazie. 1815, vedete, non lo so solamente io, questo, in cui non ci fu l’estate. Vi ricordate quel vulcano che eruttò in Islanda qualche anno fa, per cui d’estate non potevano volare gli aerei in Europa? Vi ricordate questa cosa qua? Se non lo ricordate, dico: è successo. Ecco, sta roba qua. E che succede? E nel 1815 sono… sono esplosi vari vulcani in tutto il mondo contemporaneamente fino a creare una coltre di polvere che ha coperto tutto il mondo e non c’è stata l’estate perché il sole non arrivava. E quindi c’è stato un abbassamento di 7-8° della temperatura mondiale. Cioè, Dio le cose risolve così, un attimo. E se adesso mi dicono che si sta studiando che forse sta per succedere questo e tutti sti problemi, i giovani angosciati sul fatto che è irrisolvibile il problema, poi tutt’a un tratto eruttano otto vulcani e “paff!”, non c’abbiamo problemi di riscaldamento globale. Assurdo! Cioè, ma che… ma che, questo che ha pagato Trump questo qua? Perché no, io semplicemente do dei dati. Ma non è detto che il futuro sia come lo pensiamo noi o come ce lo dice questa incerta scienza che non può che essere incerta, perché tante cose non le ha verificate, non ne ha i dati, non può averli, non può avere tutto. Cioè, sapete che c’è l’incommensurabilità delle cose secondo appunto Heisenberg, per cui quanto è alto…
…questo leggio? E dipende. Ormai per misurare il metro, no? Cioè, ci sta il metro paradigmatico in Francia, in una città della Francia c’è il metro per misurarlo, lo fanno con le emissioni radioattive del… della cosa, la radioattività del… del metallo di cui è costituito. Perché quanto è lungo? Faccio un altro esempio per farvi capire perché è importante fare il viaggio dentro le menzogne che abbiamo nel cuore, che è il viaggio di questo libro. Allora, il marito di questa sismologa è un tipo particolare, perché prima di diventare medico, è geriatra, me lo tengo accanto perché mi serve, ma ci sto, insomma, l’ho scelto per questo, è una cosa strumentale la mia scelta, elezione, il mio casting di collaboratori. Ecco, prima di diventare medico e appunto specializzarsi in geriatria, diventare medico strutturato all’interno del Gemelli, era fisico astronomico. Cioè, prima questo si è laureato in astronomia, poi ha detto: “Però mi piacerebbe far meglio, mi sono messo a studiare”. Ed è peraltro uno di Senigallia, non è così lontano da… da queste parti, insomma, è più marchigiano, capisco. Ma ho scoperto ieri il significato della parola “sbolognare”. Immagino che voi la sappiate, non lo sapevo. Cioè, abbiamo scoperto ieri andando a San Leo a vedere questo cipresso piantato da San Francesco, una cosa che sta qui a due passi da voi, insomma, c’ha questa pazzesca, insomma, ecco. 800 anni di cipresso, dice: “Sta cascando”. E poveraccio, c’ha pure qualche… perché c’ha pure diritto a cascare, no? Ecco, pure pare che sta mettendo nuove radici. E allora qui, appunto, qui vicino, fra San Marino e San Leo, questa zona qui era ancora Stato della Chiesa, e poi ci fu il momento in cui passarono alla Romagna, no? Passarono in Croce di Rimini, dove adesso siamo, insomma, ecco. E quindi hanno tradito le Marche. Ed era… e chi arrivava qui e veniva buttato fuori, veniva buttato fuori dallo Stato della Chiesa, veniva “sbolognato”, mandato a Bologna. Non era più nel ridente Stato della Chiesa che era stato un po’ diverso da quello che la storiografia massonica vi ha raccontato, ma sorvoliamo, non so, evitiamo troppe polemiche.
Allora, perché vale la pena di fare questo tipo di discorsi? Stavo dicendo un’altra cosa. Il padre, medico, geriatra… geriatra, ecco. E lui mi raccontava come faceva i rilevamenti da astronomo, no? Che è sempre una parola che vi va detta bene, no? Astronomo, cioè, sono male, ecco. Allora, è sempre pericoloso lanciarsi in velocità in questo tipo di parole. Ecco, sulla curva bisogna tenere la tenuta della strada. Allora, lui quando andava all’osservatorio, no? All’osservatorio ci stanno quelli osservanti, quelli che ti guardano così. Io non so se c’è qualche cristiano osservante, uno di voi che sta sempre così, un gufo, no? Praticamente, ecco. Allora, e cosa fa l’osservatorio? C’è la lente che deve osservare i corpi celesti, quelli della Lazio. Allora, che succede? Qual è la prima cosa che fa quando arriva? Apre la calotta dell’osservatorio, no? Accende la lente. E sulla calotta, sulla parete interna della calotta, ci sono dei punti stabiliti. E cosa fa? Rileva dove la lente vede quei punti per capire il coefficiente di errore della lente in quel momento. Di, cioè, con quella temperatura, con quella umidità, con quelle condizioni anche di vulnerabilità di ogni materiale, per cui, cioè, questo attrezzo sembra così, ma si sta allargando e restringendo secondo… secondo la temperatura e l’umidità e cose di questo genere. Per cui lui doveva prima calcolare: “Questa sera, questa lente, qual è il suo coefficiente di errore?”. Poi apriva la calotta e andava a vedere gli anelli di Saturno. No, dice: “Ma vedi, ho scoperto sta cosa, cioè, Saturno c’ha gli anelli”. Pare che anche c’è un altro pianeta che c’ha gli anelli, ma la moglie fa: “Maria, e a noi no? Visto, tu non mi compri mai niente. Saturno c’ha gli anelli, non ce li ho io. Mannaggia, che schifo! Ho un po’ di anelli pure a me”. Ok, vabbè.
Allora, e che succede? Che vedete, lui doveva prima sapere quanto sbagliava la lente, mettere la tara. Cioè, presente la tara, no? Per cui ti vendono il prosciutto e però ti mettono un chilo di carta sopra. Dice: “La carta, però, non la mangerei e soprattutto non con lo stesso gusto se la metto nella piadina con lo squacquerone, non va molto bene. La carta è meglio del prosciutto”, vero? Ecco. Allora, qual è la cosa? Che praticamente lui doveva prima sapere quanto sbagliava, per cui vedeva, che ne so, vedeva gli anelli di Saturno qui e poi doveva mettere il coefficiente di errore. Conosci il tuo coefficiente di errore, e non quello di sempre, quello che è più usuale, è quello di questo periodo della tua vita. Qual è il tuo coefficiente…
…coefficiente di menzogna? Qual è il tuo coefficiente di errore di lettura? Normalmente, io vedo quello che ho a cuore. Ricordo com’è cambiata la mia percezione, perché i cinque sensi sono molto, molto primordiali. Noi poi c’abbiamo cinque sensi, valgono niente. Cioè, un cane vede molto di più, ascolta molto di più, annusa molto di più. Pure è un cane. Cioè, dice: “Ma no, povero Fuffi, gli… ma gli voglio tanto bene”. “Gli manca solo la parola!”. Non gli manca poco, eh. Manca tanto se gli manca la parola, sai, è una cosa piuttosto grossa il cambiamento fra la parola o no. Allora, quanto mi sto… sono forviato dalle mie priorità e dalle mie, chiamale “sue emozioni”, cioè dalle mie cose di qualche genere, di… di delle mie paure? Quanto mi storcono? Quanto le mie impellenze… che ne so, ho vissuto una cosa che… cioè, ci sta quello che si deve comprare la macchina e guarda tutti che macchina c’hanno. Non parla di altro. Sono la definizione di idolatria, quando tu vedi una cosa, vedi solo quella, no? Vai in fissa. Cioè, vedi, che ne so, pensi che la cosa più importante della vita è cambiare i mobili del salotto. E allora, cioè, c’è tuo marito che teme le pubblicità di Ikea o di cose di questo genere. Non so qui, state, mariti, quanto Ikea vi tortura da queste parti. Cioè, così, no? Perché ho visto, sono entrato prima nell’ufficio del parroco, ho visto Ikea lì, le classiche, classiche sedie di Ikea, per cui, insomma, bene. Allora, se tu stai a pensare sempre a cambiare salotto, adesso sto a parlare, sto a guardare, c’è una signora accanto, “Ma lei che salotto c’ha?”. Non so, inizi a prendere informazioni perché pensi sempre a quello. Cioè, c’hai un difetto di lettura che è pensi al salotto, no? Se ti dovesse apparire la Madonna, appare la Madonna, dice: “Signora, si potrebbe spostare che sto guardando un salotto?”. Oppure chiedi: “Ma scusi, ma lei il salotto come ce l’ha?”. No? E lei ti dice: “Ma guarda, io a Betlemme mi so’ un po’ adattata. C’ho un po’… c’ho un po’… c’ho una cosa tipo una mangiatoia, una cosa culla, non era montata con tutte le… che alla fine, come dice il cantante, ti manca solo una vite alla fine, no? Cioè, resti una vite in mano dopo aver montato tutte le cose di Ikea”. No, ecco.
Allora, qual è… come facciamo a capire quali sono i nostri… le nostre tare, starate, le nostre… i nostri parametri fasulli, le menzogne generazionali, culturali, storiche che patiamo? Come facciamo a capire non solo a livello, ripeto, personale, ma anche globale? Perché io qui ho fatto un libro a livello personale, non c’ho la forza, non c’ho la cultura a mettere una cosa del genere a livello, diciamo così, di un’epoca. Però andrebbe fatto, qualcuno dovrebbe pure… pur farlo. Poi con che parametri lo fa? Da quali sono i suoi punti di partenza? Roba fragile e anche discutibile.
Bene, allora, gli orientali iniziano a dire da dove parte il male, ma come si genera il male? Allora, vediamo un po’ di capire insieme. Tu prima fai una “zozzeria” secondo una definizione di “zozzeria” più o meno cattolica di qualche genere, non lo so. Prima di eruttare al lavoro, prima di mandare la coscienza all’ammasso e mentire spudoratamente, tradire tua moglie o non so quello che sia, e così, prima di fare questo, tu quello è il risultato, quello è il punto d’arrivo. Prima cosa c’è stato? Cosa c’è stato prima di questo? Come un’idea? Un’idea? Beh, c’è un po’ troppo veloce, è passata la cosa. Ci stanno dei passaggi in mezzo. Prima di un atto normalmente c’è un appetito, cioè ti va di fare quell’atto. E come ci sei arrivato a quell’appetito, quella voglia, quel desiderio, quella passione? La dice tecnicamente esatta Ignazio di Loyola, come c’è quella passione? Perché prima hai avuto un combattimento e hai ceduto ad una suggestione. Tutto parte da una suggestione secondo Sant’Ignazio di Loyola, che è il grande maestro del discernimento. Dice: “È l’argomento di cui sto parlando, è questa roba qua di cui sto”. Ecco, va bene.
Allora, da dove parte tutto questo? Allora, il problema è che quando ho scritto il libro io mi resi conto che non potevo partire a parlare della gola, della lussuria, dell’avarizia così a freddo, perché avrei fatto solamente dei moralismi senza dare un attimino qualcosa che sta dietro che permette di vedere nel teatro recondito, nascosto del nostro cuore chi sono i personaggi, cosa dice, cosa no. Ecco. C’è un’immagine ad Aquileia, no? Ad Aquileia ci stanno questi mosaici paleocristiani. C’è un’immagine bellissima, mi piace molto, di un gallo che combatte contro una tartaruga. Dice: “E al popolo questo gliene frega”. Ecco, mo’ aspetta che ti spiego cos’è il gallo. Il gallo è quello che annunzia il mattino che arriva. Il gallo, per Pietro, dopo che aveva rinnegato Gesù, fu la verità. Sorgeva il sole e lui si rese conto quanto era cretino. Lui credeva di essere il migliore di tutti, ha capito il tubo. Invece è quello che ha tradito Gesù, è il… l’ha rinnegato. Pensate, noi a Roma tutte le volte c’abbiamo la festa dei Santi Pietro e Paolo, dico: “Vantiamoci! La nostra Chiesa si basa su un assassino, San Paolo, e su un rinnegato, San Pietro”. Bello, proprio radici fantastiche. Ecco. E infatti questo è il punto. E Dio ci guardi dai buoni peraltro, ecco.
E insomma, il gallo rappresenta quando sorge il sole, la luce, e vedi tutto quello che c’è. Di notte, tu pensa, senza queste luci elettriche, tutto questo che è… che è il nostro bagliore ormai metropolitano. Cioè, cammini su un prato ma tu non sai che animali incontri, non sai che cosa c’è, può essere molto destabilizzato. Io, per esempio, sono aracnofobico, c’ho paura di tutto, anche dei discorsi sugli insetti, figurati un po’, no? Ecco. Poi al momento sorge la luce e tu capisci dove stai, no? Ecco. E invece la tartaruga che cos’è? La tartaruga è il male, è quell’animale che si rintana, che si nasconde, che ama stare nascosto. E infatti la natura di queste menzogne è un po’ disgraziata, un po’ pericolosa, perché tende a nascondersi, tende a crittarsi, tende a… non è che tu prendi, metti la luce e quella sta restando, no? Il gallo attacca e la tartaruga si rintana, l’immagine di quello che resta chiuso nel suo… nella sua zona sicura, nella sua comfort zone, come si direbbe oggi. C’è quella cosa lì. E io mi rintano perché ho paura. E fondamentalmente la paura è la natura della cosa.
Allora, per iniziare un pochino a fare il viaggio e non restare degli analfabeti di noi stessi, senza che questo sia una psicanalisi da quattro soldi, non ho assolutamente nemmeno le competenze per potermi mettere a questo livello. Ma io le cose di cui parlo, le cose che vi sto dicendo adesso e le cose che adesso anche leggeremo, perché chiederò di leggere alcuni passi del libro per capire qual è il tono della faccenda, anche perché venga detto esplicitamente ciò di cui stiamo parlando, ecco, è semplicemente la conoscenza di questi maestri e il combattimento, la trincea del combattimento dei cuori dei ragazzi in tanti anni, tanti anni, 35 anni che combatto sta battaglia. E tante cose belle viste, tante collaborazioni straordinarie, tanti saggi incontrati. Tante persone hanno insegnato molto, moltissimo. Tante persone luminose che vivevano una vita bella, una vita serena, azzeccata. Ecco, questi sono stati maestri meravigliosi e m’hanno insegnato. E poi la vita m’ha… m’ha insegnato un po’ di cosette, sai com’è. Mentre scrivo questo libro c’ho avuto un ictus. Cioè, si potrà notare, forse, forse si nota, forse non si nota un salto di qualità fra i primi sei pensieri maligni e poi gli ultimi due, cioè l’invidia e la superbia. Perché ho avuto l’ictus mentre stavo scrivendo l’invidia. E niente.
E poi devo decidere se continuare a scrivere sto libro o no. Ho ritenuto… perché da quel momento io non ho più una buona agilità con la mano sinistra. Cioè, quando scrivo faccio un sacco di errori e devo riscrivere sempre le parole due, tre volte. Per me scrivere un libro è diventata una tortura. Prima era un divertimento, era una cosa che potevo passare ore e ore guardando un albero mentre scrivo, perché non avevo bisogno di controllare, perché facevo tutto giusto, mi veniva tutto bene, perché avevo una manualità anche dovuta al mio passato di musicista, di violoncellista, quindi c’avevo una buona così. Adesso l’ho persa, perché l’ictus è andato proprio a colpire la… la i movimenti fini della mano sinistra. Per cui, quando devo scrivere una Q o una T o un W o una A, non so mai quello che scrivo. Dovevo disattivare il tasto maiuscole, il blocco maiuscolo, perché lo attivavo continuamente. Perché? Perché questo ormai… cioè, già ce l’avevo pochi dei mignoli, cioè, uno l’ho perso da piccolino e questo… cioè, si muove da solo, cioè, fa delle cose, prende delle iniziative, dire “Mannaggia al diavolo!”. È un insorgente questo. Insordente. E allora, e ho deciso di andare avanti lo stesso fino a finire il libro, fino a finire con l’ultima parte di cui leggeremo un pezzo stasera, se c’è ora.
E allora, come funziona questa cosa? Evagrio Pontico, che era un saggio sapiente, un professore che a un certo punto sente che è chiamato ad andare nel deserto con un bagaglio anche di conoscenze di antropologia, di filosofia molto buono, va in… nei pochi anni, 20 anni in tutto, e alla fine del IV secolo, in cui sta nel deserto, scrive quello che sta accadendo. E lui organizza gli otto pensieri maligni, le otto menzogne che entrano nel cuore e le descrive. E una volta, scrivendo ad un suo amico, spiega che cosa sono questi otto pensieri maligni e cosa è il loro contrario. E io, prendendo questa lettera che lui scrive, ho parafrasato questa lettera, ho organizzato tutto il libro per spiegare queste frasi di Evagrio che sono peraltro il concentrato di una… di elaborazione di un combattimento che lui ha portato avanti in quel tempo.
Bene, per capire il libro, dovete capire una cosa: il libro ha due fuochi. Cioè, come un’ellissi con due fuochi, gira attorno a due punti. Il primo punto è capire l’origine di tutto il male nel cuore dell’uomo che gli orientali chiamano filautia. Che cos’è la filautia? Alla lettera è la predilezione per se stessi, che è l’amor proprio, dicevamo un tempo. Adesso è un po’ difficile spiegarla, perché di fatto tanto… tante galoppate di psicologia, di psicodinamica ci hanno fatto capire che c’è un sano amore di se stessi a cui dobbiamo dedicarci tutti, una cura di noi stessi che è fondamentale. Ma l’intuizione della filautia va, diciamo così… Bene, allora io adesso farei leggere queste pagine a Chiara, che mi è stata presentata come ottima lettrice. Per cui, poveraccia, adesso dovrà fare… spergiura. Il microfono? Ti dà il microfono oppure puoi prendere questo? No, ah, no. E così c’ha le mani libere. Allora leggerà da una pagina nel libro, da pagina 76, quando spiego cos’è sta roba della filautia. Che roba è? Prego. Ma puoi venire qua, così ti vedono, anche perché forse vedi meglio, forse qua.
Siamo nati per amore e per l’amore, ma come mai perdiamo la strada così facilmente? La grazia delle grazie, contro cosa combatte? Cosa c’è di traverso fra la vita naturale, bella e gratuita, e la vita nuova, meravigliosa e ancor più grande? C’è di mezzo una tenebra che si chiama paura. La vita biologica, meravigliosa e grandiosa, sgorga nel grembo di una madre e attraversa una porta molto seria: il parto. Distacco doloroso di solito e comunque angosciante. Si viene strappati da un luogo caldo ed accogliente e ci si trova lanciati nell’ignoto. Si chiama parto apposta, si diparte, ci si divide dalla madre. Si comincia quindi con una grande paura e con un grande dolore. Eppure stiamo nascendo e il distacco è essenziale per la riuscita dell’esistenza, a partire dal livello biologico. L’autonomia è necessaria per la sopravvivenza.
Insomma, ci sta succedendo una cosa buona. Invece, quel dolore pianta in noi un enigma irrazionale, corticale, fondamentale: “Qualcuno ti accoglierà?”, ossia “Dove vai a finire?”. Domande che ti tortureranno tutta la vita. Ad 80 anni ancora non lo saprai con certezza. La paura di essere abbandonati, la paura di andare soli incontro all’ignoto, proprio la stessa che il Signore esprime sulla croce nel momento massimo del suo prendere su di sé il peso della nostra esistenza. Gesù deve entrare in questo terrore, dotazione di bordo dell’umanità. Quella paura è un bivio di fronte al quale siamo ogni giorno e in forza della quale, nella nostra abissale fragilità, tendiamo a prendere la via storta, la peggiore. L’ansia ci vince e la vita diventa una scuola di sopravvivenza. La tensione ci accompagna e resta latente e viviamo come gente che fondamentalmente più che viva è ancora viva. Ci vorrà l’amore di Cristo per prendere la via bella. Ci vorrà la sua morte e resurrezione per accogliere la profondità della semplice verità biologica: il dolore del parto era un inizio, non una fine. Avevamo paura di morire e stavamo nascendo proprio in quel momento. La vita non parte da un inganno, ma da una Pasqua. Ma questa è una lezione che non assimiliamo mai del tutto.
Com’è fatta la via storta che la paura ci fa prendere? Evagrio e i padri orientali la chiamano “filautia”. Anticamente noi la traducevamo alla lettera e la chiamavamo “amor proprio”, nella più brutta delle eccezioni. È la centratura del proprio ego che deriva dall’orrore del vuoto. Il terrore per se stessi diventa ansiosa e disordinata celebrazione di sé, dei propri possessi e dei propri bisogni. È avidità, è vanità. Una domanda latente, ma violenta, che esplode nelle passioni, con le quali si cerca inutilmente di colmare l’abisso sul ciglio del quale sta la nostra esistenza. È l’ansia per il proprio ego che si risolve nella sottolineatura, nel foraggiamento e nella difesa di questa identità falsa che in realtà non crede alla solidità della propria vita e si procaccia rassicurazioni di ogni tipo. È un’identità falsa, appunto, un ego intessuto di incertezza che oscilla fra il disprezzo e la solutizzazione di sé. È solitudine gelida in fondo alla propria psiche. È un dubbio dalle radici remote sulla possibilità di farcela. È ribaltamento continuo fra illusione e scoraggiamento nella ricerca di una soluzione portata di mano a quell’enigma totalizzante, nella speranza di averla trovata e nel difenderla disperatamente proprio mentre si sperimenta che non funziona.
Il nostro Evagrio dice esplicitamente: “Il primo dei Logismoi è quello della Filautia, da esso vengono gli altri otto.” Ecco perché dobbiamo focalizzarla prima dei Logismoi. Questi saranno la declinazione di quell’ansia nei vari ambiti. Massimo il Confessore ci consegna una definizione profondissima di colui che è mosso dalla filautia: “Costui è amico di contro, di amico di sé contro se stesso.” Questo amor proprio distorto è una preferenza per il proprio ego, costituito di ipotesi e di ansie, e nasconde il nostro vero io, a cui non permette più di accedere. È un narcisismo latente che infetta gli atti, pensieri, sentimenti, i ricordi, le parole, le scelte e si dimostra solo tardivamente per quel che è: una scorciatoia verso l’infelicità, la solitudine, il gelo interiore. Quando affronteremo ognuno degli otto demoni, parleremo sempre intrinsecamente della filautia, perché è il sistema elettrico di ogni peccato, di ogni distruttività, di ogni male umano.
Una parola prima di inoltrarci nel mondo dei pensieri malvagi che danno corpo all’amore disordinato e distruttivo di sé: l’unica cosa che sappiamo provare di fronte alla propria e all’altrui filautia è una grande compassione. Guardarci gli uni gli altri con tenerezza e non con orrore, è la cosa più sana, ripeto, che possiamo fare, e avere pietà per noi stessi e per gli altri. Siamo dei carcerati ingabbiati dalla paura. Cristo non ci ha disprezzato, ma ha avuto pietà e amore per noi. “Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare a salvare ciò che era perduto: il nostro cuore e la sua luce.” Questo è quel che abbiamo perso e che Lui ci vuole restituire. Questa è la verità che ci rende liberi. Grazie, bravissima, grazie, brava, legge bene, molto bene. Non è facile saper leggere una cosa a prima vista, peraltro, perché non è che ti ho detto prima che cominciassi a parlare quali erano le pagine.
Bene, allora, da questo freddo del cuore partono tutte le nostre cose. Massimo il Confessore, che ho citato nell’ultima parte, fa una grande sintesi. Dice: “Poi di… fa quella, anziché fa tutta sta roba 300 pagine, quasi 400, ecco. Allora, e lui è più veloce. Dice: ‘L’essere dell’uomo è sull’orlo di un abisso.’” Anche l’ho detto lì, in quella… in quelle pagine. Cioè, come faccio a sopravvivere al fatto che io posso morire, posso essere rifiutato, essere abbandonato, non essere… posso sbagliare, posso… posso frantumarmi, andare fallire? Ecco, come faccio? Allora, qual è la prima cosa che fa? Tanto per spiegare, la prima cosa che si aggrappa alle passioni sensuali. Cioè, la prima cosa è il bambino mangia. Infatti il principio delle passioni è la gola. Cioè, prima si comincia la fase orale, no, che non si… non inizia mai quella scritta, no? Ecco. Allora, la fase orale, perché io mangio, il bambino mangia, no? E mangiando si appaga e così si dice: “vivo!”.
Molto spesso, per esempio, la schiavitù terribile che c’hanno oggi i maschi. C’hanno una schiavitù alla pornografia terrificante, pervasiva, che esce fuori in tantissima gente molto peggio di quanto possiamo pensare. E anche li sta svuotando, li sta ingrigendo, gli sta togliendo, li sta svirilizzando fondamentalmente. Non funzionano più, non sono più maschi, perché vivono in un mondo di immaginazione. Perché si casca in queste cose? In realtà, è molto più una professione di gola che non di lussuria. La lussuria è la gola applicata al genitale. Cioè, è un… è un narcotico la lussuria per non soffrire, per non patire. Provare piacere. La vita diventa orgasmo. Mangio, mangio e allora sto bene. Mangio e mi do piacere. Quando non è depresso, mangia. C’è l’assalto al frigorifero dei ragazzi che studiano, no? Ti metti a studiare, stai lì con sta pagina, non riesci a capire niente. Giri la pagina, riprendi, “Vediamo un po’ che c’è il frigorifero!” E ti mangi tutto quello che trovi, no? Ecco. Cioè, se tu vai in giro un attimino vestito in maniera ambigua, puoi essere sbranato da un adolescente che sta studiando o da un universitario che sta studiando perché c’ha fame. E che cos’è? Sopravvive al nulla mangiandolo, dicendosi vivo attraverso il piacere del cibo. È un piacere. Ma che problema c’ha il cibo e poi il sesso? Che durano poco, che sono evanescenti, sono orgasmi di poca durata.
E allora la prima fase delle passioni è la passione carnale. Quindi si scivola in una seconda fase, siccome mangio o mi do piacere sessuale, e questa cosa comunque mi lascia più vuoto di prima, allora conseguentemente che cosa faccio? Passo alla passione materiale: le cose. Le cose sono più stabili. Il possesso scimmiotta l’essere. C’era quel vecchio libro di Erich Fromm che hanno letto tutta la mia generazione, l’hanno letto tutti: “Essere o avere?”. No? Cioè, la cosa è l’alternativa è che scimmiotto l’essere attraverso il possedere, l’avere, no? Mi compro il telefonino che fa pure il caffè, che ne so, mi compro la macchina nuova, mi compro le cose. E ho la roba. No, Verga, i Malavoglia: “Ho la roba”. C’ho le mie cose. Qual è il problema delle cose? Sono più stabili degli orgasmi sensuali, ma si rovinano, non sono stabili neanche quello. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Vanità delle vanità, tutto è vanità.
E allora cosa succede? Che io mi ritrovo che c’ho le cose, ma le cose me le rubano, le cose non hanno bisogno di manutenzione. Mi compro la casa, però poi la casa si rompe, la casa è… è… poi ci stanno i ladri e poi ci sta la cosa, ti entrano, che ne so, gli inquilini e non escono più. E le cose non sono più garanzia. E quando l’angoscia risale su perché il possesso non ha vinto il nulla, cioè, possedere le cose non ti salva da questo baratro. Prima era il piacere, ma il piacere dura poco. Allora le cose. Allora passi al livello più pericoloso: le idee. Ti fai un’idea, ti fai un progetto. No? Questi giorni voi pensate, come faccio io lezione in maniera assurda a questi preti, gli ho fatto sentire una vecchissima canzone di Giorgio Gaber, qualcuno forse se la ricorda: “Un’idea finché resta un’idea è soltanto un’idea, pertanto è un’astrazione. Se potessi mangiarmi un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione”. Cioè, un’idea? Niente. Un’idea è una… un rapporto astratto con le cose. E uno c’ha un’idea, c’ha un progetto, no? Ecco. Io mi diverto a torturare tutti i vescovi che incontro e gli dico: “Hai fatto il progetto pastorale? Hai fatto questo peccato! Vatti a confessare!”. Perché? Perché tanto non si realizza, perché i progetti non si realizzano mai. Ti è mai andata una giornata come tu pensavi? Ti è mai successo? A me non mi è mai successo che una domenica è andata come pensavo io, che un giorno è andato, che facevo una cosa, partivo, venivo a San Marino a fare il corso, è andato esattamente come pensavo io? No, non è vero, non funziona…
…a così. Che stasera è andata come pensavo io? No, non è andata come pensavo io. Che tu… tutto è diverso. Perché c’ho un problema fondamentale: non sono Dio! Te do sta notizia, state seduti. Son contento. State… la vita non ti obbedisce perché questo è la sopravvivenza al nulla: pensare che la vita sia come dico io, che io pianifico le cose e mi salvo. Cioè, prendete i ragazzi che non riescono ad andare avanti con gli studi, si mettono a pianificare lo studio. Forse l’avrete fatto pure alcuni di voi, non so, qualcuno di voi. Allora, dici: “Devo arrivare a fare questo esame, devo studiare 600 pagine in due settimane, è una media quindi di non so quante 100 pagine al giorno, perché così arrivo e faccio pure il ripasso. Allora mi sveglio la mattina, ore non so, alle 7:00, poi così io alle 8:30 devo stare sui libri a studiare, devo fare 50 pagine entro le 10:00 e poi 10:00, pausa, e poi prima di pranzo dovrò fare altre 50 pagine e dopo il pomeriggio le ripasserò e poi così”. E c’avete presente queste schedulazione, no? Che poi finisci la schedulazione, fatto tutti i giorni così, dici: “Ma stasera esco, perché insomma ho fatto la programmazione, per cui già inizi che fai lo sgarro”. No? Poi il giorno dopo: “Vabbè, sai che devo fa’?”. Cioè, vabbè, poi mi dà… mi guardo tutte le pagine, mi devo studiare, mi dà l’angoscia oggi. No, è troppo, troppo. Ecco, non si realizzano mai le cose come noi pensiamo, ma noi continuiamo a pensare che…
Ma voi vi rendete conto cosa hanno fatto le ideologie nel ‘900? Come siamo stati torturati da idee, aria fritta? E un amico mio dice che l’800 è stato il secolo degli stupidi. Kant ed Hegel, tutti fessi. Tutte persone pensano: “Io penso una cosa, quindi è vera”. O dal primo imbecille della storia che è Cartesio: “Cogito ergo sum“. Ma certe volte sum ergo cogito. E soprattutto se cogito ergo sum, diceva Recalcati in una conferenza che ho sentito, che mi piaceva molto, se cogito ergo sum, quello che penso è la legge dell’essere, allora quello che io penso debba essere la mia vita è la verità. E se la vita non è come la penso io, quindi io penserò che un mio desiderio è un mio diritto. Quando un tuo desiderio diventa un tuo diritto, tu sei destinato all’infelicità, sarai sempre frustrato, perché un tuo desiderio l’hai costruito tu, non è nella realtà, non nell’ambito delle… delle…
…cose. Certo, avrei voluto essere col fisico di Brad Pitt e la prestanza di Brad Pitt. Però, cioè, poi quando dici: “Ma, ma come sono, sai un tipo tu sei… sei una chiavica, sei una caccavella!”. Ecco, allora è così, non sei tu. Tutte le donne che sono qui, sono tutte contente del corpo che hanno, no? Oh, ricordo quando sono diventato parroco, questa cosa la dico spesso, perché sono diventato parroco, arrivo, era… c’era la via davanti alla parrocchia, vedo tre saloni di bellezza di un quartiere di 10.000 abitanti. Tre saloni di bellezza. Dice: “Ma qui o so’ tutte racchie, tutte nevrasteniche, cioè, possono mantenere tre saloni di bellezza nella stessa via?”. Cioè, ho scoperto che erano racchie e nevrasteniche. Cioè, allora, il tuo corpo non è mai come pensi, non è mai come pensi tu. Cioè, quando stavi più tranquilla, una smagliatura, cioè, “tac!”, scappa fuori, un capello bianco, una cosa. C’è… ti scappa che la biologia c’ha delle leggi che non sono… non obbediscono a te, alla tua pianificazione. Allora, la tua idea del tuo corpo ti tortura. Sapete, molto spesso la gente è infelice non per come la vita è, ma come pensa che debba essere. E quindi è infelice di com’è. Siccome tu hai programmato che sta domenica uscivi, forse piove, non puoi uscire. Forse sta… forse è bello stare a casa, forse è bello, che ne so, giocare con i figli in casa, godersi, che ne so, l’intimità della famiglia, vivere un momento di gioco, di altro. Già vedersi un bel film, qualcosa, no? Siccome è stata bocciata dalla realtà la tua ipotesi, tutto è sbagliato.
Capite quanto soffriamo noi? Perché l’idea è la nostra nicchia, è la nostra… come dire, è la nostra ipotesi di salvezza. “Io devo raggiungere questo”. Cioè, esempio: persone che devono… vanno in fissa che devono comprarsi a tutti i costi questo, questo qualcosa. Gli adolescenti che c’hanno queste ansie da… da… da dover avere quell’indumento, quella tal marca, quella tale cosa. Ecco, e questa è l’altra forma per sopravvivere al nulla: è un’idea, un progetto che però non si realizza.
La cosa più pericolosa, dice San Massimo il Confessore, non è una cosa di cui tratto nel libro, però è assai perniciosa, è quando uno entra nel quarto livello di inganno, quando questa idea diventa un’idea religiosa. Cioè, quando tu sopravvivi a nulla in nome della religione e hai un’idea di come deve essere la religione, a quel punto diventi un talebano, diventi uno che deve prendere l’aereo e andare contro le Torri Gemelle perché in nome della religione. Era religiosa la furia di Hitler, eh? Cioè, c’erano delle origini occulte nel nazismo. Infatti, mi tocca raccontare quando racconto della superbia di come funziona. E una cosa che ho scoperto una volta a Vienna. A Vienna mi successe una cosa: portando i ragazzi a Vienna, io a Vienna, logicamente, li portavo… io li portavo sempre ad assaggiare la torta Sacher, no? Qui mi chiamavano il “Sacher-dote”. Allora, e niente, allora si sta al centro, in una… bellissimo, così. E all’improvviso, nel centro, arriva una pioggia e dobbiamo entrare dentro il Museo del Sacro Romano Impero, perché la pioggia ci ha… costretto. E una persona sta lì con me, che è uno studioso di storia, dice: “Che ci sta succedendo la stessa cosa di Adolfo Hitler”. Cioè, essendo stato rifiutato all’Accademia di Belle Arti di Vienna perché non ha passato l’esame, cioè, noi abbiamo pagato una guerra mondiale, la frustrazione di un pittoruolo che credeva di essere un artista. Capite? Lui aveva un’idea: “Io sono un artista”. Siccome l’hanno rifiutato, questa frustrazione è diventata la violenza che poi si è scatenata nel nazismo. Cioè, capito come stiamo messi? Ecco. E cosa può fare una menzogna? È più pericoloso una menzogna di un vulcano, eh? Un vulcano ci potrebbe risolvere il problema del riscaldamento globale, invece un’idea no.
Ecco. E allora cosa successe? Che in questo momento oscuro e infelice di Adolfo Hitler, entrò nel Museo del Sacro Romano Impero. Nel Museo del Sacro Romano Impero c’erano tutti gli oggetti che erano in possesso dell’imperatore che lo costituiva come la massima autorità del Sacro Romano Impero. Fra questi oggetti c’era una lancia, c’era la punta di una lancia, la cosiddetta Lancia di Longino. Era la lancia che aveva trafitto il costato di Gesù. E allora questo era il massimo dei segni del… dell’avere il potere del Sacro Romano Impero. In quel momento gli venne un’idea: “Se avrò quella lancia io, che ha ucciso il Re dei Re Gesù Cristo, io avrò un potere sconfinato nella mia vita”. Si realizzò. Infatti, parte da quel momento nell’idea di avere un potere spaventoso e diventa un manipolatore di elementi pazzeschi, in nome anche del far leva sull’insicurezza, sull’incertezza…
…delle persone, come fanno tutti i manipolatori. E conseguentemente cosa fa la prima cosa che fa Hitler appena va al potere? È entrare trionfalmente a Vienna e prendersi la Lancia di Longino. Prendersi questo oggetto che terrà sempre con sé come il segno del suo potere. Gli alleati scoprirono questa sua pazzia e la cosa che successe è che organizzarono una… non so perché non è stato fatto un film su questo, questo veramente è sempre un soggetto film meraviglioso. Partivano degli inglesi e degli americani, andarono in Germania e riuscirono a sottrargli… ma quando Hitler si vide privato del segno del Sacro Romano Impero, impazzì del tutto. In quel momento era fuori controllo del tutto. Per lui, diceva, un’idea, un’idea, una frustrazione, una cosa, non accettare un no che ti ha detto la vita e te lo metabolizzi con un’idea, con un progetto, può diventare la morte di molte persone, comunque la distruzione di quelle che ti stanno vicini.
Ecco, piano con la cosa, perché come fa la vita a contestare le tue idee? Ti dice dei no. La vita dice dei no, accettarli! Eh, la vita ti dice: “Mi dispiace!”. Mi scriveva un ragazzo questi giorni: “A quattro mesi dal matrimonio, la ragazza che stavo per sposarmi ha mandato tutto a monte, sono disperato!”. “Ma che disperato? Fai festa!”, gli rispondo io. “Cattivo! Tu ti sei liberato di un problema”. Ma meglio prima che dopo, come si dice sempre. Ma poi, soprattutto, ma la vita può dire un no. Una donna ti dice: “No!”, fattelo dire prima, dopo forse non lo accetti, eh? Chi sei? Cioè, Turetta, che non gli si può dire di no? Lui, se la poveretta Cecchettin dice di no, “Niente, ti devo ammazzare, perché io ti avrò, tu dovrai essere mia, punto!”, come la vecchia canzone di Ruggeri, Enrico Ruggeri: “Ti avrò!”. Ma cazzo, è terribile! Oggi non potrebbe essere prodotta questa: “Sei mia! Tu sei mia!”. No? Ecco. Cioè, presente questo maschilismo che poi peraltro i maschi per fare ste cose ci stanno proprio… non ce la fanno, c’hanno mancato forse di 6.000… No, aspetta. No, ma chi… insomma, cosa? Cioè, so’ talmente confusi che quando abbiamo fatto il corso sulla virilità insieme a un mio collaboratore per insegnare agli uomini così, diciamo, un recupero testosterone per tutti, insomma, ecco, secondo qua, no? Ricordo che, cioè, ci sono state delle teologhe femministe che ci hanno attaccato su questo…
…patriarcato, una cosa veterocattolica, che schifo, questi qua, non ce l’aspettavamo da Rosini, che sembrava uno un po’ aperto, no? Ecco, aperto dipende da… da dove, insomma, ecco. Allora, sapete chi ci ha… che ci ha difeso? Le donne. Ci ha detto: “Ma stiate zitti, zitto, che forse trovavo un marito finalmente, che qui non si trova! Cioè, non si trova un uomo che c’abbia un attimino una dotazione completa”. Applaudono. Allora, qual è il problema? Che ci vuole uno che c’abbia un po’ di forza, no? Che ti prenda, che ti voglia, che ti… Qui capirai tutti quanti che dicono, chiedono scusa ad esistere. Allora, appunto, e dice: “Vabbè”, allora, dicevo, questa è la logica per cui si ripara un po’ l’analisi delle varie cose. Ed è molto interessante capire l’origine dell’errore, da dove parte. Che ne so, la cosa che ti chiude: la tristezza. Per esempio, era affrontata come… per noi latini è piuttosto raro ascoltare, anche se c’è un libretto che vi consiglio, se lo trovate, scritto da un prete che ha scelto come pseudonimo Nero Sfina, no? Si paga Dio perché si vede meglio, veste bene, ecco. Eh, dice: “Siamo infelici e contenti”, e l’arte di stare male. Cioè, così si vede uno su che sta seduto su un ramo di un albero mentre sta segando il ramo su cui è seduto. Ecco, è bellissimo perché è tutta l’arte come essere infelici. Lui, se vuoi essere infelice, fai così, così, che è logicamente un’istruzione se si vuole fare il contrario. Se lo trovate vi autorizzo a rubarlo, perché è raro da trovare come… ecco, Nero Sfina, “Infelici e contenti”.
Ecco. E bene, la tristezza. La tristezza è una cosa che noi amiamo molto. A noi ci piacciono le cose tristi. Non è vero che a noi ci piace stare bene, a noi ci piace stare male. A noi ci piacciono le cose… Marco Masini for president! Cioè, c’abbiamo questa… questa idea che c’è tanto… “Sì, ma… ma sì, va tutto male”. Ecco. “Nessuno mi vuole bene”. Ecco, appunto. E ti piace, ti piace, tu coltivi la tua tristezza, il tuo lutto, il tuo dramma, la tua perdita, la tua ferita. Non è cattiveria. È… è che non conosci una strada migliore, che non c’hai un’altra strada migliore per campare. E così il libro va avanti. Ma il problema è che va avanti fino all’altro fuoco. E come è già stato accennato, io non do la descrizione, non mi basta la cronaca nera, cioè descrivere come ha fatto il peccato, perché sarebbe anche noioso e inutile. Cioè, alla fine…
…alla fine i peccati sono sempre gli stessi, perché i peccati sono sempre… diceva il mio vecchio prete, il parroco della parrocchia di Grosseto: “Se qualcuno mi dice un peccato nuovo, gli do €1000”. Mai sentiti i peccati nuovi, perché i peccati sono sempre gli stessi. Pure l’unico peccato originale ce l’abbiamo tutti uguale, per cui figurate un po’. Che ci sta di sorprendente? È un argomento noioso il peccato. Per questo il problema è come si esce da questo. Cioè, il libro ha il suo centro nell’altra parte, nel contrario, nell’assecondare la bellezza, l’allegria, la libertà. Questo è l’argomento della libertà, non la schiavitù.
Ecco. E poi c’è l’altro fuoco. L’altro fuoco è alla fine, e quando bisogna spiegare un po’ di cose. Adesso vorrei che Chiara leggesse quest’altra parte, che siamo alla fine del libro, che è l’altra parte importante della faccenda ed è essenziale. Leggeremo finché possiamo, fino alla fine. No, no, fino alla fine è un po’ troppo, ti fermo, ti fermo quando è il momento.
Ah, per fare un santo ci vuole un peccatore. Una cosa essenziale da attestare alla fine di tutto questo viaggio è che i peccati non sono solamente la nostra tragedia, ma sono anche dei doni di Dio che hanno preso la strada sbagliata. Non dobbiamo dimenticare l’etimologia della parola peccato. In ebraico, in greco, amartia, sia in ebraico che in greco, indicano l’atto di fallire un bersaglio, mancare di mira. Infatti un nome ormai in disuso dei peccati era quello analogo di mancanze. Lo stesso verbo “peccare” conserva questa valenza in espressioni del tipo: “Tu pecchi di umiltà”, oppure “pecchi di prudenza”. Di quali peccati si tratterebbe? Ma sentite i peccati simili. L’espressione significa: “Ti manca umiltà”, oppure “ti manca prudenza”, la dovresti avere ma non la hai. Allora i peccati sono bersagli mancati, ossia cercare qualcosa nel posto sbagliato. Il male dell’uomo è spesso un bene che ha preso la strada sbagliata. Sotto i nostri peccati e anche sotto i nostri pensieri maligni, in realtà, ci sarebbe una grazia.
Perché era importante vedere l’infantilismo della gola, la superficialità della lussuria, l’ansia dell’avarizia, la paura nascosta dell’ira, il vittimismo che anima la tristezza, l’indolenza e l’alienazione della pigrizia, la rivalità dell’invidia e l’angoscia nascosta nella superbia? Perché bisogna focalizzare una cosa ovvia, ossia che per fare un santo si parte da un peccatore. Non dobbiamo… ma non abbiamo mai avuto altro materiale a disposizione. E non è una cosa da poco, ci serve come siamo fatti. Non siamo un errore. La salvezza non è una violenza alla natura umana, tipo che se uno è iroso bisogna farlo diventare flemmatico o cose simili. Persino nella debolezza umana c’è un dono, perché Dio ha fatto bene ogni cosa a suo tempo.
La mentalità contraria è dura a togliersi. C’è gente che, per formare le coscienze, le incastra dentro i doveri, le avvita dentro degli schemi, sicché si debbano fare le cose così: squadrarsi, riformularsi, cambiarsi con un processo violento sull’essere, cosa che normalmente conduce alla svirilizzazione, ad un atteggiamento sornione, allo spettacolo che entra ed esce dalle nostre chiese di cristiani un po’ ipocriti e appassiti, di persone che comunicano per schemi usando linguaggi predeterminati, persone che non rendono possibile credere all’incarnazione, ossia che la carne umana abbia veramente incontrato la gloria di Dio. Fratelli che hanno scordato di essere la bellezza che Dio vuole mettere nel mondo e che ognuno di noi è una cosa importante. L’amore non può basarsi sul disprezzo di se stessi. L’amore si basa sulla felicità, l’amore si basa sull’abbondanza. Non si può basare sulla negazione, altrimenti non potrà mai esserci un atto, uno slancio, un amore vero.
Per fare un santo ci vuole un goloso. Perché? Perché ci vuole qualcuno che cerchi il vero piacere, qualcuno che non si accontenti. Le persone schiave del comfort sono persone spente, dipendenti, infantili, immature, incompiute, frustrate. Vivere da schiavi degli appetiti, di tutto ciò che è assumere, prendere, rassicurare, dare godimento al corpo, vuol dire vivere scappando dai problemi, vuol dire non saper campare e alla fine abusare della realtà, perché diventa urgente trasformare tutto in realtà commestibile. Allora, un figlio sarà in loro funzione e una fidanzata sarà uno strumento di piacere. Il lavoro sarà solo in funzione della loro realizzazione, non per il servizio. Non sapranno amare una fidanzata o crescere un figlio o lavorare con generosità, perché costoro dovranno sempre aggrapparsi, appagarsi, appagarsi. Ma questi hanno la vita no?
…perché la vita vera richiede di saper mangiare molto meglio. Per fare un santo ci vuole uno che sia veramente goloso, uno che cerchi il piacere più grande che è l’amore. L’appetito non va frustrato, ma compiuto, portato al suo massimo. Per fare un santo ci vuole uno che voglia mangiare cibi succulenti e deliziosi. Come dice il profeta Isaia: “O voi tutti assetati, venite all’acqua; voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane? Il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti”. E non solo. Sono varie le espressioni dei Salmi che affermano cose del tipo: “Gustate e vedete com’è buono il Signore. Beato l’uomo che in lui si rifugia”. Ti piace appagarti? E allora mangia la cosa più buona, cerca il piacere più grande, consegui il vero appagamento.
Per fare un santo ci vuole un invidioso. Si parla anche di “santa invidia”. Ma che significa? Che ci vuole qualcuno che voglia avere quello che hanno le persone più felici, cosa che non scivola nella competizione, ma nell’apprendimento come logica di vita. Tutto quel che abbiamo visto in questa nostra avventura è attingere alla sapienza dei padri del deserto che mostrano la strada della libertà dalle passioni. E noi ci mettiamo ad imparare da loro, desiderando attingere al tesoro della fede. Nelle cose che abbiamo visto non c’è la sapienza di un singolo povero cristiano come il sottoscritto, ma di tanti altri cristiani, le cose ascoltate, ricevute da tanti altri. E come dice il mio amico e maestro Padre Marko Ivan Rupnik: “Nel volto di ogni cristiano emergono tanti volti.” Non si vede solamente il volto di quel cristiano, ma dei Papi che hanno governato la sua Chiesa, dei santi che ha incontrato, delle persone che gli hanno aperto il cuore al Vangelo e che lo hanno confortato nella fede e ammaestrato per quello che ha visto il loro, e tutte le persone che lo hanno educato all’amore. E lui c’è Francesco d’Assisi, San Benedetto da Norcia, San Filippo Neri e tanti altri. Questa è l’invidia cristiana. Nella Chiesa copiare non è peccato, ma virtù, e si chiama tradizione. E per fare un santo ci vuole di apprendere da tanti, di ricevere da tanti, per poi dare a tanti. È questo…
…è questo il bello. Da ciascuno si apprende, da ciascuno si riceve. Da tanti, ognuno ha qualcosa di bello, qualcosa di meraviglioso, di irripetibile, di unico, di splendido e bisogna valorizzarlo.
Per fare il santo ci vuole un iroso, perché nessuno si staccherà mai dal male finché non lo odia. Per uscire da una dipendenza bisogna odiarla e per combattere per la propria anima bisogna arrabbiarsi. Per combattere per l’anima delle persone, quando si annuncia il Vangelo, bisogna saper sfoderare la propria virilità, quella che deve mostrare San Giuseppe per difendere Gesù da Erode, oppure serve l’energia propria della femminilità, quella tenacia tutta specifica della femminilità che diventa ira stupida se la si lascia irretire dentro qualcosa di piccolo, ma può diventare meravigliosa fino a trasformarsi in splendide leonesse che sanno difendere i propri cuccioli e tutto ciò che va difeso, che insegna a dire ciò che va detto e fare ciò che va fatto, combattendo contro i nemici esterni ed interni con il giusto sdegno, senza lasciare la presa dal bene. Ci vuole l’ira per camminare nella santità, ma se la si applica ai nemici di sangue e di carne è molto stupido. Infatti, questo non va confuso con l’atteggiamento oltranzista e polemico di alcuni cattolici odierni che lottano contro quel mondo che dovrebbero saper sorprendere ed evangelizzare. Qui si tratta di lottare per, non contro. Quando Gesù purifica il tempio sta combattendo contro o per? “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”. I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la sua casa, per la tua casa mi divorerà”. “Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”, perché è la casa del Padre mio. Sta pulendo la casa perché c’è una cosa importante da fare qui. La nostra ira è direzionata spesso alle battaglie sbagliate. Combatti la buona battaglia, combatti il nemico giusto. Aspetta, aspetta, salta. Adesso non sono mai uscito da due… eccolo qua, da qui fino… fino alla fine. Fermino. Ancora non sono mai uscito da un errore che non ho odiato, ma soprattutto non sono uscito dal peccato finché non è apparso qualcosa di più amabile del peccato. Finché è semplicemente un problema di perfezionismo non se ne esce. Si esce dal peccato per noi verso il male e per apertura all’amore.
Smettiamo di fare qualcosa di sbagliato quando troviamo cosa c’è di meglio da fare, quando si scopre quanto il male ci espropria e che perdita di tempo sia. Il demonio per sua natura fa perdere tempo in cose piccole, mentre c’è in ballo qualcosa di vitale. Ci fa perdere tempo in cose da quattro soldi. Fa odiare il nemico sbagliato, fa combattere una battaglia piccola, mentre ce n’è una molto più importante, come fermarsi a polemizzare con un’altra persona per chi è arrivato prima all’idrante mentre c’è un incendio. Il problema non è chi è arrivato prima, ma se l’ha tirato o no questa benedetta acqua. Quanto tempo ha perso a fare le questioni di principio, quando in ballo c’era molto di più? Chi odi? Odia il nemico giusto, combatti contro il vero nemico.
Per fare un santo ci vuole un avaro. Perché chi ha detto che il possesso è sbagliato? Di fatto io sono destinato a possedere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che abitano in me e io sia la loro casa. E San Paolo dice: “Tutto è vostro”. E nell’Ultima Cena Gesù dice: “Questo è il mio corpo che è dato per voi”. Lo dà perché è nostro, è per noi. Noi siamo il fine del suo dono. Tu cosa possiedi? Robette. Gesù dice: “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma”. Bisogna essere ricchi di una ricchezza vera con il migliore degli antifurti e degli antitarli, inarrivabile alla corruzione e al furto. Un vero avaro dovrebbe alzare le antenne e ha questa indicazione, perché qui non c’è povertà, ma ricchezza, la migliore. Aspetta, saltiamo a pagina 391. Sto facendo… sto facendovi degli sconti, eh? Ecco, ecco, qui, vai da qua.
Sì, e per fare un santo ci vuole un superbo, perché ci vuole qualcuno che pensi: “Sì, Dio parla proprio con me, Cristo è morto proprio per me, per me!”. Ci vuole la fierezza di un figlio che dice: “Il mio papà mi vuole proprio bene”. Essere figli fieri di un padre meraviglioso. Perché evangelizzo? Perché ho la superbia di pensare di avere una parola da dire per la vita cristiana. Ci sta di prendere sul serio la storia che Dio ha fatto con ognuno di noi. Ci sta pure di pensare che se ti sei messo a leggere questo libro è perché c’è qualcosa di molto serio nel tuo cuore e perché desideri veramente vivere una vita grande. E non ti sbagli. La superbia come peccato è la strada sbagliata che ha preso un senso profondo e sano di dignità che dobbiamo tutti avere. Per questo è assolutamente sano ingaggiare la buona battaglia e astenersi dalle battaglie sbagliate. Ne vale la pena.
Concludo con una semplice preghiera per chiedere il dono della misericordia, che è la vera meta della vita cristiana e umana. Ok, vai avanti, leggi la preghiera e abbiamo finito. Leggi la preghiera e abbiamo finito.
Preghiera per la buona battaglia:
Abbi misericordia, o Signore, della mia gola e delle mie voracità e concedimi il governo di me stesso. Abbi misericordia, Signore, della mia lussuria e donami un pensiero limpido e sano. Donami, scusate. Abbi misericordia, Signore, della mia avarizia e donami distacco dalle cose. Abbi misericordia, Signore, della mia ira e donami la tua stessa misericordia. Abbi misericordia, o Signore, della mia tristezza e donami gratitudine. Abbi misericordia, Signore, della mia accidia e donami di essere costante nel bene. Abbi misericordia, Signore, della mia vanagloria che è invidia e donami comunione con i fratelli e le sorelle. Abbi misericordia, o Signore, della mia superbia e del mio orgoglio e donami l’umiltà che è la verità.
Fra questi doni, soprattutto, donami l’umiltà della misericordia, perché da ogni mio peccato impari ad usare la tua pazienza e la tua tenerezza verso i fratelli e le sorelle. Se infatti non mi apro ad avere misericordia, come chiederti misericordia? Se non ho amore, a che serve vincere i pensieri maligni? Amen.
Penso che vi siete meritati di andare a casa, la serata è stata abbastanza pesante, così. D’accordo. Vi auguro il meglio, vi auguro di credere alla vostra bellezza. Dice San Basilio il Grande: “L’uomo è una cosa bella.” Cioè, se non credi alla tua bellezza, perché combattere? Perché se non credi alla bellezza degli altri, se io non credo alla bellezza dei giovani che evangelizzo, perché combattere la battaglia di evangelizzarli? Io so che devo stimare, ma non devo con dovere, come una verità che urge che… Cioè, io tante volte mi trovo di fronte a tanti giovani, tanti fiori, come se fossi di fronte a tanta bellezza e dico: “Ma chi sono io, Signore, per parlare a queste, quelle tue creature, queste opere d’arte che sono questi ragazzi?”. Quanta bellezza c’è che è sprecata in questo mondo?
Quanta gente che si tratta male, quanta gente che si svalorizza, che si butta via, che si tortura? Smettete e insegnate a non farlo. Insegnate quanto… quanta brezza c’è in ogni persona, quale mistero c’è, grandioso, meraviglioso da rinvenire in ogni singola persona, in ogni singolo fratello, sorella, qualsiasi ragazzo, qualsiasi bambino c’ha una bellezza grandiosa, meravigliosa che deve imparare a custodire e curare e alimentare. Abbiamo… Padre nostro che possiamo terminare.
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. E non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Il signor parroco ci dà la benedizione. Preghiamo insieme: “Il Signore sia con voi”. “E con il tuo spirito”. “Vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo”. “Amen”. “E grazie Don Fabio”. “Grazie a voi”.
Questa breve infografica educativa è pensata per insegnare ai bambini di sette o otto anni…
In questo intenso commento al Vangelo secondo Matteo, Enzo Bianchi riflette sul profondo significato della…
In questa intervista, padre Guidalberto Bormolini invita a riscoprire la meditazione come necessità vitale per…
In questo incontro, Don Luigi Maria Epicoco propone una visione antropologica della lontananza, superando la…
Non sei chi pensi di essere: La rivoluzione interiore della Consacrazione a Maria In questo…
Introduzione: Il Rischio di Diventare Ciechi Hai mai fatto caso a come l'abitudine sia una…