La questione del perché Dio permetta la sofferenza è un interrogativo fondamentale che l’intelligenza umana si è sempre posta, senza trovare spiegazioni “completamente illuminanti”. Questo grave problema ha portato alcuni a concludere che Dio non esista a causa del dolore, mentre altri, pur riconoscendo l’esistenza di Dio, ne mettono in discussione la bontà, vedendolo non come un Padre amorevole ma quasi come un “patrigno”.
Il video affronta questo dilemma cruciale attingendo alle Scritture e alla fede, con l’autorevolezza del Cardinale Angelo Comastri.
Il Cardinale Comastri espone una visione che ribalta la prospettiva comune, sottolineando che Dio si preoccupa in primo luogo della salvezza e non della salute.
La domanda sul perché della sofferenza è una delle più antiche e difficili dell’esperienza umana. Attraversa ogni vita, senza eccezioni, ponendoci di fronte a un mistero che spesso ci lascia disarmati. Come è stato scritto con cruda efficacia, “Voler vivere senza patire è come voler respirare senza l’aria”. Il dolore è un dato di fatto, una condizione ineludibile della nostra esistenza.
Di fronte a questo, l’intelligenza umana si blocca, cerca colpevoli o arriva a negare la bontà di Dio, se non la sua stessa esistenza. La fede cristiana, tuttavia, non ignora questa domanda, ma offre una prospettiva diversa, spesso controintuitiva, che non elimina il dolore, ma lo inserisce in un orizzonte di senso più grande. Esploriamo quattro risposte fondamentali che emergono da questa visione per provare a ricollocare il nostro sguardo sul mistero del dolore.
1. La Sofferenza non è un Castigo di Dio
Una delle convinzioni più radicate, eppure più errate, è che una disgrazia sia una punizione divina per un peccato commesso. Il Vangelo affronta direttamente questo fraintendimento. Quando a Gesù vengono riportati due tragici episodi — un fatto di violenza cittadina e una disgrazia che aveva causato molti morti — la sua risposta è netta e spiazzante: “Non pensate che quelli che subiscono disgrazie siano più peccatori degli altri?”.
Questa idea è rinforzata dalla storia stessa della fede. Moltissimi santi, figure di eccezionale virtù, sono morti giovani o in modo violento. Basti pensare ai martiri dei primi secoli. Se la disgrazia fosse un castigo, la loro vita sarebbe un controsenso. Secondo questa prospettiva, una tragedia non è una sanzione divina, ma la manifestazione della condizione precaria e provvisoria della vita umana, una realtà che ci accomuna tutti, indistintamente.
2. La Causa Originaria non è Dio, ma il Peccato dell’Uomo
L’insegnamento biblico è chiaro: il mondo non è più come Dio lo aveva creato. A causa della libera scelta dell’uomo, nel mondo è entrato il peccato, contaminando la creazione originaria. Chiunque nasce oggi, entra a far parte di un mondo già ferito e rovinato dalle scelte umane di tutti i tempi.
La lezione fondamentale è che spesso attribuiamo a Dio le conseguenze disastrose delle azioni umane. Come afferma il Cardinale Comastri, “scarichiamo su Dio responsabilità che Dio non ha”. Non prendiamo abbastanza sul serio il potere devastante del peccato, la vera sciagura che inquina la storia. Il profeta Isaia usa un’immagine potente per descrivere questa realtà:
“I vostri peccati rendono come foglie secche sbattute dal vento.”
E il profeta Geremia aggiunge, con un’immagine altrettanto desolante, la radice di questa scelta autodistruttiva:
“Avete abbandonato l’acqua pulita della sorgente per andare a bere acqua putrida nelle pozzanghere.”
La fonte del disordine e del dolore del mondo, quindi, non risiede nel progetto di Dio, ma nella rottura causata dal peccato dell’uomo.
3. La Risposta di Dio non è l’Assenza, ma la Vicinanza
A questo punto, la domanda sorge spontanea: cosa fa Dio di fronte a un mondo così segnato dal dolore? La risposta della fede non è un intervento che elimina magicamente la sofferenza, ma una promessa di presenza. Quando Dio rivela il suo nome a Mosè, si presenta come “Io sono”, un nome che la tradizione ebraica (Yahweh) traduce con “essere presente, essere accanto, essere vicino”.
L’identità stessa di Dio, quindi, è quella di essere con noi, specialmente nelle nostre difficoltà. Questa rivelazione iniziale della vicinanza di Dio si approfondirà poi con altre immagini potenti: quella dello sposo, dell’amico e, infine, quella del padre. Ma il nucleo è già tutto qui, espresso magnificamente nelle parole che Dio rivolge a Mosè, vedendo la sofferenza del suo popolo:
“Io ho osservato, io ho udito, io so, ecco, io sono sceso per liberare il mio popolo.”
Paradossalmente, il dolore generato dal peccato è diventato il luogo privilegiato in cui Dio sceglie di incontrare l’uomo, di farsi conoscere e di manifestare la sua natura di Padre che non abbandona, ma si fa vicino per salvare.
4. Lo Scopo Finale non è la Salute, ma la Salvezza
Arriviamo così alla conclusione più radicale e controintuitiva. In questa condizione di precarietà, l’orizzonte di Dio è più vasto del nostro benessere immediato: “Dio si preoccupa soprattutto della salvezza e non della salute”. Il dolore e la morte non sono l’ultima parola, ma diventano “due campanelli” che ci suonano costantemente per ricordarci che la nostra vita è provvisoria.
Questi campanelli ci dicono: “Svegliati, oggi è tempo di accogliere l’invito di Dio, oggi è tempo di accogliere l’invito alla conversione e a produrre frutti degni di un’autentica conversione del cuore. Domani potrebbe essere troppo tardi”. In questo senso, la sofferenza diventa il più “efficace domatore dell’uomo”, perché costringe alla maturità, all’umiltà e alla serietà. Chi non ha mai sofferto, spesso rimane un “eterno bambino capriccioso”. Il dolore ci fa mettere in ginocchio, facendoci accorgere degli altri e, infine, di Dio. Basti pensare ai tantissimi giovani, magari frivoli, che si sono convertiti alla serietà e alla bellezza della vita semplicemente visitando la casa di Madre Teresa a Calcutta, dove ogni giorno venivano accolti i moribondi di una città-incubo. Non è dunque una punizione, ma un richiamo urgente alla conversione, a orientare la vita verso ciò che è eterno.
Conclusione
La fede non offre una formula per cancellare la sofferenza, ma fornisce una chiave di lettura per attraversarla. Ci insegna che il dolore non è un castigo di un Dio lontano, ma la conseguenza di un mondo ferito dal peccato. In questa ferita, però, Dio non si ritrae, ma si fa incredibilmente vicino, trasformando il luogo della disperazione nel luogo dell’incontro. Infine, sposta il nostro obiettivo dalla salute del corpo alla salvezza dell’anima, usando la sofferenza stessa come un appello a concentrarci su un destino più grande.
E se il campanello del dolore suonasse non per distruggerci, ma per svegliarci a una vita più autentica e a un destino più grande?
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